Riflessioni superficiali sul voto

Il sistema partitico italiano mostra di continuare a volere escludere dal gioco la sinistra estrema. Forse ci stiamo deideologizzando, oppure stiamo delegando la protesta a Lega e Idv, nei rispettivi schieramenti. Resta il fatto che siamo orgogliosi proprietari di un sistema bipolare quadripartitico, anzi di una costellazione pentapartitica con l’Udc che insiste stoicamente col progetto di un centro destrutturatore dei due poli, ma prima o poi potrebbe capitolare e mettersi all’asta in una versione riveduta e corretta della politica dei due forni.

Come abbiamo segnalato, il Pdl sta subendo una significativa erosione nelle regioni del Nord, a tutto vantaggio della Lega. In caso qualche anima pura (o affetta da wishful thinking) insistesse a dire che “comunque l’area di governo si approssima al cinquanta per cento”, sappia che trascorreremo i prossimi 12 mesi in una logorante guerra di trincea interna alla maggioranza, con la Lega che cercherà in ogni modo di avere almeno il governatore del Veneto (per la Lombardia è presto). Il Pdl si è meridionalizzato, come abbiamo detto estremizzando, e le pacche sulle spalle di Berlusconi a Bossi, con questo trend, risulteranno del tutto inutili. Ora Berlusconi potrà toccare con mano l’utilità strategica del referendum elettorale, ma presumibilmente ormai è tardi. Perché affidarsi allo spago e alla colla del “voto utile” se si può almeno in teoria contare sul cemento armato del referendum?

Franceschini ha evitato la catastrofe, onore al merito. Ma ora che succederà? Sarà la riedizione di Ciro Ferrara oppure il partito si cercherà un leader, inevitabilmente vecchio e logoro, o auspicabilmente giovane e promettente? Ah, saperlo. Il premier, dal canto suo, oltre a lamentarsi di essere stato il solo ad aver tirato la carretta, potrebbe e dovrebbe prendere coscienza che le one-man-band non sono eterne, anche se la sua longevità politica è ormai consegnata alla storia. Per il resto, giocarsi il destino sul concetto di un uomo solo al comando non appare particolarmente razionale, così come non lo è fare del carisma la cifra di un progetto politico che vorrebbe essere il più inclusivo possibile. Alla fine, gli elettori non sono esattamente quei beoti che Pancho Pardi e Paolo Ferrero presumono.

Ah, e naturalmente sullo sfondo abbiamo la peggiore crisi economica degli ultimi ottant’anni, i cui colpi di coda (ce li attendiamo sull’occupazione) potrebbero giocare presto qualche brutto tiro alla modalità “troncare e sopire, ha da passà ‘a nuttata” tanto cara ai dioscuri Tremonti e Sacconi.

Nota per i sondaggisti: leggersi attentamente questo post di Sandro Brusco, e smettere di trattare affluenza alle urne e preferenza elettorale come variabili stocasticamente indipendenti.

…E in bocca al lupo all’Unione Europea. Se scomparisse stanotte, molti suoi detrattori realizzerebbero assai dolorosamente  quanto fosse fondamentale, pur se imperfetta. Cerchiamo almeno di non sfasciarla definitivamente nel prossimo quinquennio, in quello che si annuncia come il più impegnativo crash test dalla sua fondazione.