Il popolo dei sussidi

Nei giorni scorsi la IATA, l’associazione mondiale delle compagnie aeree, ha rivisto al rialzo le stime delle perdite per l’industria aerea mondiale nel 2009 a 11 miliardi di dollari dai 9 miliardi stimati in precedenza. E la crisi del settore proseguirà anche nel 2010 quando le perdite dovrebbero attestarsi a 3,8 miliardi. La domanda di trasporto aereo è stata in calo anche a giugno, ultimo mese di dati disponibili, nella misura del 7,2 per cento sullo stesso mese del 2008, mentre la domanda cargo ha segnato una diminuzione tendenziale del 16,5 per cento.

Le compagnie stanno tagliando capacità, ma a passo inferiore rispetto al calo della domanda, e questo mette pressione ai conti economici, oltre a bruciare cassa. IATA prevede che quest’anno il passenger yield, cioè l’incasso medio per passeggero per miglio percorso, scenderà del 12 per cento, contro il calo del 7 per cento stimato a giugno.  Per questo si ritiene che il settore dovrà affrontare una fase di consolidamento per uscire da una crisi senza precedenti. E questo ci porta inevitabilmente al caso Alitalia. Da mesi si rincorrono voci sulla necessità di procedere alla ricapitalizzazione del vettore italiano, circostanza che aprirebbe scenari interessanti. Ne ha parlato Oscar Giannino su Chicago Blog, riprendendo l’ipotesi del professor Ugo Arrigo:

Se entro due trimestri le perdite ipotizzabili dovessero condurre all’ipotesi di ricapitalizzare Alitalia e i soci riottosi si sottraessero, Air France-KLM – alle prese a propria volta con conti non brillanti – difficilmente si troverebbe nelle condizioni di subentrare subito. A quel punto, perché non pensare a Cassa Depositi e Prestiti e tornare sotto l’ala pubblica?

Già, perché no? Forse perché, come disse mesi addietro il ministro della Funzione Pubblica, ormai Alitalia è privata, quindi potrebbe pure fallire. O no? Oppure, scenario alternativo, Air France potrebbe utilizzare la ricapitalizzazione per prendere il controllo di Alitalia: in quel caso torneremmo al via, cioè alla originaria ipotesi di cessione del nostro vettore ai francesi, che fu duramente avversata dai nostri sindacati e dal premier, in nome dell’italianità e per impedire ai francesi di rapire i turisti diretti nel Belpaese. Per i contribuenti italiani un cartellino del prezzo pari a non meno di 3 miliardi di euro, e in omaggio la soppressione della concorrenza sulla Roma-Milano.

Terzo scenario, quello ipotizzato da Arrigo e ripreso da Giannino, sarebbe quello dell’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, cioè il reingresso del capitale pubblico nel nostro vettore. In quest’ultimo caso ci attendiamo che anche in Italia si svolgano Tea Parties sul modello americano, ma temiamo che in realtà avremmo solo discorsi a reti unificate del premier, che incolperebbe comunisti e farabutti assortiti per aver complottato contro l’interesse nazionale. Wait and see.

Altro tema evergreen della storia dei sussidi italiani è Fiat. Ieri Sergio Marchionne ha lanciato l’allarme per il prossimo anno: o si danno i sussidi o si muore. Immediato signorsì del ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che ha definito la prosecuzione degli incentivi “auspicata ed auspicabile”, tutto rigorosamente a mercati aperti. Il settore auto ha un problema con un nome: eccesso di capacità produttiva. Un eccesso strutturale, che da sempre ci illudiamo sia solo causato dalla congiuntura, oppure che possa essere riassorbito dalla leggendaria motorizzazione di massa cinese ed indiana, che in realtà aggiunge capacità produttiva a quella esistente. Sfortunatamente, l’industria dell’auto è quanto di più nazionale esista, anche sul piano simbolico. Peraltro, trattandosi di crisi globale e non di un singolo costruttore, i produttori hanno buon gioco ad esercitare pressione sui governi nazionali, nessuno dei quali vorrebbe essere accusato di avere affondato il proprio campioncino nazionale. Il caso Fiat, poi, è da sempre contaminato dalla natura di conglomerata del gruppo, con interessi nei servizi finanziari. Difficile non alzare un sopracciglio.

A fronte di questi scenari, piuttosto onerosi sul piano dell’impegno di risorse pubbliche, resta la crisi fiscale italiana. Rinviare la resa dei conti con un modello malato e fallito, usando il tesoro del risparmio postale, magari infiocchettando il tutto con qualche frase aulica sul primato della politica o riformare il paese dalle fondamenta? La ricreazione volge al termine.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!