Pane e golpe

Il giorno dopo la pronuncia della Consulta sul cosiddetto lodo Alfano, e dopo il furibondo sfogo del premier, andato troppo e troppe volte sopra le righe, resta la domanda dirimente e surreale di un paese che si trova nel mezzo della più grave crisi economica dal Dopoguerra, oltre che di un processo di declino economico di lungo termine che solo gli sciocchi si ostinano a non vedere: come fare per permettere a quest’uomo di governare senza aver l’assillo di “sottrarre tempo alla cosa pubblica” per recarsi nei palazzi di giustizia a deporre nei procedimenti che lo vedono coinvolto?

Prima di rispondere, alcuni paletti: oggi, in Italia, non esiste alcuna ipotesi di governo esterna allo schieramento di centrodestra. Questo lo riconoscono tutti o quasi tutti. Troppo vasto è il consenso di cui Berlusconi e il Pdl godono presso l’elettorato anche solo per immaginare ribaltoni con spezzoni di centro che scavano un cuneo nel partito di maggioranza relativa. Non perché il Pdl sia un monolite, tutt’altro. Chi scrive è assolutamente convinto che il partito non riuscirà a sopravvivere al suo fondatore, ma questo scenario non è per oggi, né per domani, a meno di eventi realmente traumatici nella storia della Repubblica italiana.

Altro punto fermo è la condizione del Partito democratico: è alle corde, oltre che ai margini. Non ha un vero progetto politico aggregante, rimastica vecchi slogan unionisti e suicidi come le addizionali Irpef per i “ricchi” per pagare sussidi ai “poveri”. Questo è il modo migliore per restare all’opposizione per altri vent’anni. Quanto alla Lega, prosegue nel disegno rozzamente ideologico (oltre che affetto da miopia politica) volto a creare le condizioni per una secessione “di fatto” del Nord, e per ottenerlo potrebbe allearsi con chiunque, come già dimostrato in passato.

Ma guardando all’oggi, emergono alcuni punti fermi: in primo luogo, l’elettorato non accetterebbe una defenestrazione di Berlusconi per via giudiziaria, né accetterebbe il ritorno a vecchie pratiche e vecchi rituali, inasprimenti fiscali inclusi. La cosa che più fa sorridere è che questa drammatica inadeguatezza dell’opposizione a proporre un progetto strategico per il paese non fa che rafforzare il premier, consentendogli di anestetizzare anche le critiche che potrebbero derivargli da una gestione dell’economia che è semplicemente la conservazione dell’esistente, al limite dell’imbalsamazione, fatta di accomodamenti con i poteri forti di turno, guerriglie di posizione appaltate ad alcuni ministri ad alta visibilità (ed altrettanta sopravvalutazione), per conquistare spazi al centrodestra entro schemi decrepiti, presentati come nuovi solo grazie a parole d’ordine di facile presa popolare, come “fannulloni”, “parassiti”, “banchieri” (di per sé un epiteto, in un paese che pare ormai esprimere un’elevata domanda di populismo). Ma sotto l’insulto, niente.

Nessuna riforma, nessuna liberalizzazione, solo una forma di socialismo comunitario (quello stesso che consente a Sandro Bondi di inalberarsi quando qualcuno lo definisce inopinatamente “liberale”). Non sappiamo quale è la matrice ideologica di questo governo, ammesso che ne abbia una. Qualcuno potrebbe obiettare che le ideologie sono morte, che conta “il fare”. Eppure, in Italia il “fare” è surrogato dal “dire”. E’ il famoso “vorrei ma non posso”: è meglio aizzare le masse nei “due minuti di odio” orwelliano contro tutti quelli che si oppongono “eversivamente” a questa fantomatica “rivoluzione”, che è invece solo una guerricciola di retroguardia, combattuta su una torta sempre più piccola e in via di irrancidimento, che è il Pil del paese.

E se va storto qualcosa la colpa non è dell’incapacità di una maggioranza numericamente blindata: no, la colpa è sempre dei “comunisti”. Sono ovunque, nella stampa, nell’editoria, nell’industria, nella magistratura (là forse ce n’è di più, in proporzione alla media delle altre categorie), nella Corte costituzionale, al Quirinale (tanto “lo sappiamo” da che parte sta Napolitano). Golpe continuo.

Non è più possibile continuare a questo modo. Berlusconi agisca e reagisca, e lo faccia con una legge di revisione costituzionale, ex articolo 138, con successivo referendum confermativo (mancandogli la necessaria maggioranza qualificata), da gestire come un giudizio sulla sua persona. E’ l’unica via per evitare di distruggere la nostra civiltà politico-istituzionale con queste reazioni inconsulte. Il premier ha già governato con svariati processi sul capo. E’ un combattente, riuscirà a farlo anche stavolta, e i due processi di Milano sono comunque ad alto rischio di prescrizione.

Dopo il necessario passaggio costituzionale non ci saranno più alibi e diversivi e governare l’economia sul serio, non con slogan come quelli sentiti sinora, diverrà l’occupazione primaria dell’esecutivo.

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