Laffer d’Italia

Su lavoce.info, Tito Boeri e Fausto Panunzi prendono le difese del neo-commissariato Tremonti contro i paladini della spesa facile e le pericolose sirene della “razionalizzazione” della spesa pubblica. Ne abbiamo già scritto: al crescere della pressione a spendere si materializzano le solite proposte sempreverdi, dal procurement della pubblica amministrazione alle confezioni di farmaci, passando per il taglio dei consumi intermedi di pertinenza delle regioni, peraltro in prossimità della Grande Era Federalista, quella che segnerà la definitiva svolta dei conti pubblici italiani, anche se non è chiaro in quale direzione.

E così, ecco spuntare il programma del Centro Studi Economia Reale, guidato da Mario Baldassarri, che estrae dal cilindro un bel taglio da 35 miliardi di euro, che permetterebbe l’agognato taglio dell’Irap ma durerebbe lo spazio di un esercizio di bilancio. Ma se era così agevole, perché non farlo prima, ad esempio a inizio legislatura? Boeri e Panunzi sgombrano poi il campo da una delle più perniciose leggende coltivate dal pur meritorio e generoso schieramento italiano anti-tasse: quello dei tagli d’imposta che si ripagano, in una sorta di moto perpetuo. Dalla tastiera degli autori:

Questa idea, che non è che una riedizione della vecchia curva di Laffer, non ha ricevuto alcuna solida conferma empirica. Per quello che riguarda gli Stati Uniti, Greg Mankiw, economista conservatore di Harvard, capo del Council of Economic Advisors durante il primo mandato di Bush junior, ha stimato che la maggior crescita e quindi le entrate extra ad essa associata, riesca a compensare – considerando anche gli effetti dinamici – al massimo il 50% della riduzione delle entrate. Si obietterà che il caso italiano è diverso perché la pressione fiscale è più elevata che negli USA. E, in effetti, per l’Europa, le stime che conosciamo sono più elevate (si arriva fino all’84%) ma non portano in ogni caso alla conclusione che i conti pubblici miglioreranno.

Proprio così. Che fare, quindi? I mercati ci tengono sotto stretta sorveglianza per la nostra genetica incapacità a produrre crescita. Un taglio di tasse finanziato in deficit potrebbe causare un immediato voto di sfiducia nei confronti del nostro debito pubblico, circostanza che in un periodo di pesanti emissioni quale l’attuale rischierebbe di produrre conseguenze drammatiche. I tagli di tasse in deficit andavano fatti più di un anno addietro, a inizio legislatura, accoppiandoli a misure strutturali sulla spesa, in particolare quella pensionistica. Ora è tutto maledettamente più difficile.

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