Immigrazione e cittadinanza. Per una volta, buone notizie dalla Grecia

di Mario Seminerio – Libertiamo

Il sito di analisi economiche e demografiche “A Fistful of Eurossegnala che il governo greco, oltre a tentare di gestire la crisi fiscale, intende introdurre una nuova legge sull’immigrazione, i cui termini sono interessanti anche per il nostro paese. In particolare, la nuova legge greca consentirebbe ai figli di immigrati di richiedere la cittadinanza, sotto la duplice condizione che i genitori abbiano vissuto legalmente in Grecia per almeno dieci anni e il figlio abbia almeno tre anni di frequenza scolastica. Secondo le stime, circa 250.000 tra bambini e giovani figli di immigrati potrebbero acquisire per questa via la cittadinanza greca.

Questa rappresenterebbe una autentica rivoluzione per gli standard greci, un paese che da sempre gestisce l’immigrazione secondo criteri molti simili a quelli italiani, incluse alcune caratteristiche forme di ottusità burocratica e di resistenza xenofoba. Da inizio anni Novanta, la Grecia ha visto una massiccia immigrazione da paesi vicini, causata dal crollo del comunismo. Albanesi (due terzi del totale), bulgari, macedoni ed altre nazionalità rappresentano oggi il 10 per cento della popolazione greca ed il 20 per cento della forza lavoro. In Grecia le procedure di naturalizzazione sono finora state disegnate in modo proibitivo per gli immigrati, sostituite da un sistema di permessi di soggiorno annuali, molto simili al regime in vigore in Italia, che tiene i lavoratori in condizioni di costante apprensione, oltre che di evidente ricattabilità.

Oggi le condizioni demografiche del paese sono cambiate: a vent’anni dalla prima grande ondata immigratoria, in Grecia vi sono decine di migliaia di immigrati, soprattutto albanesi e bulgari, che hanno ininterrottamente trascorso nel paese la maggior parte della propria vita adulta. Lavorano, possiedono appartamenti, sono parte integrante delle proprie comunità locali. Nelle scuole i figli di immigrati spesso superano i nativi. Come scrive l’autore dell’articolo, se un bambino è nato in Grecia, parla perfettamente greco, vuole vivere in Grecia ed è disposto a giurare fedeltà allo Stato greco, per quale motivo non dovrebbe essergli consentito l’accesso alla cittadinanza?

La decisione del governo greco di modificare la tradizionale acquisizione di cittadinanza per ius sanguinis si scontra con prevedibili resistenze ed ostilità. Dalla estrema destra, che parla di “annacquamento dell’ellenismo”, e a cui l’orologio si è evidentemente rotto alcuni millenni addietro, alla stessa chiesa ortodossa, che non appare entusiasta di una legge che darebbe la cittadinanza a migliaia di musulmani e cattolici.

Entro pochi anni, se questa legge passasse, si avrebbero albanesi-greci, bulgari-greci, pakistani-greci. Sarà un percorso irto di ostacoli, ma rappresenta un caso di studio di cui discutere anche da noi, perché coglie le contraddizioni insite nel tenere in un limbo civile i figli di persone che hanno dimostrato nei fatti di essere integrate nella società, spesso ben più di alcuni cittadini “etnicamente puri”. Il problema delle seconde e terze generazioni non può essere eluso oltre, neppure in un paese innamorato del vaniloquio politico, come il nostro.

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