La fine è nota

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, parlando al Forum di Confcommercio in svolgimento a Cernobbio, ha colto l’occasione per ribadire alcuni punti fermi (meglio sarebbe dire fissi) del suo pensiero. Ad esempio, che la globalizzazione sarebbe la vera madre della crisi:

«Difficile definire la crisi ma comunque è una crisi profondissima. Una crisi che ha origini negli squilibri prodotti dalla globalizzazione: la scoperta economica dell’Asia ha prodotto effetti rivoluzionari cambiando in soli venti anni la storia del mondo»

Come noto a (quasi) tutti, la crisi è stata innescata dagli enormi squilibri macroeconomici tra l’eccesso di consumo americano e l’eccesso di risparmio asiatico, indotti dal regime di cambi semifissi sorto dalle macerie della crisi asiatica del 1997.

L’eccesso di risparmio dell’Asia (e della Germania, giusto per puntualizzare) in caccia di rendimenti elevati ma “sicuri” perché garantiti da alti rating ha incontrato il proprio destino nelle cartolarizzazioni e nei titoli strutturati di credito da esse generati: gli Abs, i Cdo, i Clo. Strumenti necessari per consentire alle banche globali di fare spazio nei propri bilanci a nuovi prestiti, quelli che permettevano ai consumatori americani di restare a galla e ad alcuni politologi occidentali di affermare che l’Europa arrancava dietro al Grande Motore a stelle e strisce. La fine è nota, ma non per Tremonti, per il quale la crisi si è invece prodotta dall’improntitudine asiatica di voler fornire un paio di migliaia di calorie al giorno ad ognuno dei propri abitanti.

Piccolo inciso pedante: il regime di cambi semifissi alla base dello squilibrio globale è stato ribattezzato “Bretton Woods II”; non a caso, Tremonti da sempre va cianciando di “una nuova Bretton Woods”, senza probabilmente sapere di che si tratti. Se per “Bretton Woods” si intende una situazione di cambi globali all’incirca fissi e tali da cristallizare squilibri e porre in incubazione nuove crisi abbiamo già dato, grazie.

A Cernobbio il Nostro ha poi rispolverato il repertorio classico, come quello della crisi-videogame che cambia di livello è partorisce nuovi mostri. Ma c’è anche stato spazio per qualche piccola variazione sul tema. Ad esempio, Tremonti conferma che “la crisi non è finita, ci gira intorno”. E qui ci sembra di visualizzare plasticamente la pinna della crisi mentre solca il mare di guano in cui ci troviamo. Cavalchiamo l’ottimismo, dice il premier. Tremonti lo segue solo in parte, quando ricorre alla metafora del Titanic, dove i passeggeri di prima classe fanno la stessa fine di quelli della terza, quelli che “quando piove si può star dentro ma col bel tempo veniamo fuori”, per dirla con De Gregori. Ma l’approccio italiano alla crisi (non fare nulla, né riforme né stimoli) è stato vincente, secondo il ministro, per l’occasione trasformatosi in un ibrido tra un neo-hegeliano ed un post-socratico. “Siamo stati bravi a fare così, e rifiutare l’avventurismo, il deficitismo e il costruttivismo economico sperimentale”. E così spero di voi. Chissà se Tremonti un giorno riuscirà a capire che gli altri paesi (con la rilevante eccezione francese) non hanno fatto esattamente deficit spending ma sono “semplicemente” stati travolti dal loro deficit delle partite correnti e dall’implosione di consumi e immobiliare, che hanno abbattuto il gettito d’imposta. Ma sono dettagli.

Poi Tremonti rispolvera il suo Opus Magnum, la riforma fiscale. Serviranno due-tre anni, dice. Conoscendo l’ultimo Tremonti, che è il gemello social-moralista del genio che partorì il Libro Bianco fiscale del 1994, siamo colti da sudori freddi. Una riforma fiscale degna di tale nome deve basarsi sui principi-cardine di massimizzare il gettito minimizzando le distorsioni ai mercati (avercene di mercati, in Italia!), senza cedere alla tentazione di microgestire l’economia secondo canoni “etici”. Che invece è proprio il virus che da qualche anno ha colpito Tremonti. Come potrà essere la riforma fiscale tremontiana, è già intuibile: basta rileggersi il fondamentale testo “La paura e la speranza“, è tutto scritto lì, pur se con riferimento alla Ue e non alla piccola Italia.

Ad esempio, possiamo immaginare una stabilizzazione del cinque per mille. Oppure la rivoluzionaria proposta della “Detax” (sic), contenuta nel capitolo 8 del libro. In pratica, tutti gli esercenti che aderiscono ad iniziative “umanitarie” ed “etiche” (con un bel comitato a decidere ciò che è etico, immaginiamo) potranno tagliare di un punto l’Iva (nientemeno), a condizione che il cliente aderisca all’iniziativa, trasformando lo sconto in una offerta a favore delle iniziative del negoziante. Rivoluzionario, non trovate? Una raccolta di punti-fedeltà, originariamente prevista “per l’Africa”, come era scritto sulle cassettine delle missioni carmelitane che i meno giovani tra i lettori ricorderanno far bella mostra di sé sui banconi di panettieri e macellai, alcuni lustri addietro. Al termine di questo faticoso paperwork, e quando l’economia africana sarà ormai in pieno boom grazie agli investimenti cinesi, Tremonti potrà dire di aver introdotto la filantropia in un paese da sempre ammalato di statalismo. Basta crederci, in fondo. Come basta credere alla bella fiaba della Banca del Sud, quella nata dalla premessa di insufficiente raccolta (e per ciò stesso dotata di fiscalità di vantaggio), salvo poi scoprire che il problema sta negli impieghi, non nella raccolta. E’ la realtà che ci rema contro, evidentemente.

Ma in tutta questa inquietante progettualità ci soccorre il pensiero che la riforma fiscale di Tremonti sarà come il ritorno al nucleare di Scajola: servirà solo a imbrattare d’inchiostro i nostri analitici quotidiani, senza che nulla di concreto accada. E’ già qualcosa, attendendo il ritorno del fratello buono di Tremonti, quello del 1994. Per il quale purtroppo è già stata presentata istanza di morte presunta.

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