La paura e la speranza – 3

Nell’ultima parte del libro Tremonti propone la propria terapia per risollevare un’Europa che nel suo scritto si è ormai completamente trasfigurata nell’Italia. Su valori, famiglia e identità, il Nostro se la prende con quella che, piuttosto incomprensibilmente, egli definisce “famiglia orizzontale”, basata sul “consumismo” dei rapporti, delle relazioni e dei sentimenti (vi avevamo avvertito che si trattava di ossessione anticonsumistica). Niente, Pacs, Dico, Eingetragene Lebenspartnerschaft, Civil partnership, e tutte le denominazioni con cui in giro per l’Europa sono regolamentati i rapporti tra coppie di fatto. Se volessimo essere pedanti potremmo domandarci che c’entrano le coppie di fatto con il problema tutto italiano di una crescita inesistente, e potremmo costruire un modellino che per ogni paese metta in relazione la crescita economica anche con la regolamentazione delle coppie di fatto: una bella variabile dummy, per amor di paradosso (ma non troppo). Ma Tremonti non lo capirebbe, quindi meglio proseguire.

Il secondo precetto di “rinascita” civile, per il ministro dell’Economia, è il ristabilimento del principio di autorità, distrutto dal ’68. Principio largamente indefinito ed indeterminato, ma da ristabilire nella pubblica amministrazione e nella scuola. Anche qui Tremonti fa confusione: in senso lato la possiamo parlare di autorità in entrambi i casi citati, ma nel primo si tratta più propriamente di accountability. Ma quali sono, poi, le basi per il principio di autorità? Per noi una sola: l’autorevolezza, quella che si conquista in un contesto meritocratico. Per quale motivo dovrei rispettare una persona che mi è gerarchicamente sovraordinata, ove quella sovraordinazione origini dal classico familismo amorale italico, e quindi da una qualche forma di sponsorizzazione per “meriti” extraprofessionali? Tremonti non chiarisce, peccato. Sarà per la sua prossima fatica letteraria.

Dall’autorità discende l’ordine, ma anche la responsabilità. Per attuare compiutamente quest’ultima Tremonti ritiene esista una terza via, tra lo stato-babysitter deresponsabilizzante e l’individualismo estremo di matrice thatcheriana (“non esiste una cosa chiamata società, esistono gli individui”): questa terza via è la comunità, l’entità sociale entro la quale gli individui trovano compimento, e alla quale è possibile ed auspicabile delegare la gestione di molte funzioni di un welfare sempre più in crisi, nella sua declinazione statale e statalista: crisi fiscale, soprattutto, ma anche crisi da deresponsabilizzazione, oltre che da incapacità a cogliere i bisogni emergenti della società, nelle sue molteplici articolazioni. E da questa argomentazione Tremonti trae spunto per lanciare il proprio progetto di sussidiarietà, basato sull’estensione del meccanismo del 5 per mille, e sull’introduzione di una detax. Quest’ultima verrebbe utilizzata anche per dare paternalisticamente “una speranza per l’Africa”. E’ utile riportare il passaggio del libro in cui Tremonti spiega il meccanismo di questa detax equo-solidale:

-Tutti i soggetti che, sul mercato, vendono beni o servizi (negozi, supermercati, ecc.) possono liberamente attivarsi per sviluppare o aderire a iniziative etiche, private o pubbliche, speciali o generali, nazionali o internazionali (lotta a fame e malattie, sostegno allo sviluppo, ecc.);
– Se lo fanno, possono offrire ai loro clienti uno sconto dell’1 per cento sul prezzo dei loro beni e servizi, a condizione che il cliente trasformi lo sconto in un’offerta, con una sottoscrizione a favore di una tra le iniziative etiche in cui si è impegnato il venditore;
-Per conto suo, lo Stato rinunzia a tassare lo sconto-offerta così strutturato e si riserva solo una funzione residuale di controllo antifrode.

Pensate, tutto questo bailamme per arrivare a detassare l’1 per cento dei prezzi di vendita di iniziative commerciali. Il tutto con un bello strato di burocrazia pubblica in funzione anti-frode, s’intende. Chissà cosa penserà di una simile proposta il neo-ministro alla delegificazione, Calderoli. Tremonti lava più bianco, raccogli i punti-fedeltà e costruiremo un villaggio in Africa. Già mi sento più buono.

Altro caposaldo del Tremonti-pensiero è un federalismo moderno ed evoluto:

Il “campanile” non può sostituire la nazione, ma può comunque compensare l’effetto di vuoto portato dalla crisi dello stato-nazione.

Le piccole patrie, come si diceva. Ma per quale diavolo di motivo Tremonti non si preoccupa dei meccanismi di gestione delle risorse fiscali prodotte localmente, anziché fare del paternalismo costruttivista e spiegarci come dobbiamo stare al mondo e cosa fare in camera da letto? Mistero.

Questi sono gli obiettivi per la ricostruzione dell’identità europea, ora analizziamo i mezzi che Tremonti ritiene di aver individuato per perseguirli, e porre l’Europa al riparo dall’onda-orda globalizzata la cui piena egli ritiene (non sappiamo bene in base a quali proiezioni) di collocare intorno al 2030. Una data comunque importante per noi italiani: sarà il momento del punto di massimo previsto nella spesa previdenziale del nostro paese, la famigerata “gobba pensionistica”, il cui minaccioso profilo le riforme degli ultimi lustri (non tutte, ad onor del vero) stanno cercando di appiattire il più possibile.

Quo vadis, Europa? Proposte concrete”, è il titolo dell’ultimo capitolo del volume, nel quale Tremonti propone una profonda riforma delle istituzioni comunitarie, con l’attribuzione al Parlamento Europeo di un maggior potere rispetto alla Commissione. Troppe norme sono state finora prodotte in Europa, si lamenta il nostro ministro dell’Economia, e quasi tutte di tipo fintamente politico ed autenticamente burocratico. In Europa non abbiamo avuto alcuna riforma strutturale, alcun primato della politica, qualsiasi cosa ciò significhi (e vedremo tra breve cosa significa per Tremonti), ma solo aggiustamenti al margine di “libri bianchi” o diversamente colorati. Prendere decisioni di reale discontinuità è ormai impossibile, nell’Europa dei Ventisette dove trionfa il potere delle minoranze di blocco. Meglio quindi assegnare al Parlamento Europeo, “l’unico parlamento al mondo che non ha iniziativa legislativa e dunque non ha piena competenza”, proprio quella iniziativa sulle materie che non sono più di competenza nazionale perché divenute di competenza europea.

Da questa attribuzione di potestà legislativa originerebbe, sempre secondo Tremonti, la crescita di peso politico internazionale dell’Unione da mettere al servizio, tra le altre cose, anche della negoziazione di un non meglio specificato “trattato di unione commerciale” tra Stati Uniti ed Europa. Strano, pensavamo ci fosse già la WTO (pur con tutti i suoi limiti), a regolare la materia. Inoltre, se obiettivo del trattato di unione commerciale atlantica è l’ulteriore abbattimento delle barriere al commercio transatlantico, è utile sapere che lo stesso risultato può essere ottenuto già oggi, con l’architettura istituzionale ed internazionale disponibile. Se invece, come sospettiamo, per trattato di “unione commerciale atlantica” Tremonti intende semplicemente un’area che applichi dazi alle economie emergenti del pianeta, magari sotto forma di “clausole sociali” o ambientali, è evidente che torniamo nel regno del populismo onirico. Lungi da noi l’idea di difendere questo assetto istituzionale europeo (che pure ha prodotto crescita economica, almeno nei paesi che hanno saputo applicare correttamente le riforme suggerite) ma il rimedio tremontiano sarebbe disastrosamente peggiore del male. Esiste una formidabile barriera all’integrazione politica europea, lo sappiamo non da oggi. Quella barriera è rappresentata dagli interessi nazionali dei singoli stati. Stati-nazione che esistono, malgrado la cessione totale di sovranità monetaria e in parte legislativa alla costruzione europea. Soprattutto, Stati che continueranno ad esistere, per non breve periodo. Prima riusciremo ad acquisire questo concetto, più efficace sarà la nostra proposta politica per l’Europa.

Primum vivere, deinde philosophari, dicevano i nostri avi. Ebbene, Tremonti sembra aver rovesciato il proverbio. Perché mai, in nessuna parte del libro, egli si pone le uniche domande che contano: perché il resto d’Europa cresce più del nostro paese, e non da ieri? Quali sono i motivi di impedimento strutturale alla nostra crescita? No, troppo difficile porsi un simile quesito, molto più agevole prendersela con i Pacs. La realtà è che per Tremonti il “primato della politica” altro non è che la negazione del mercato e delle regole: è il trionfo della deroga, della demagogia a buon mercato con cui si accusano interi settori produttivi di aver conseguito “guadagni di congiuntura”, e si cerca di ricondurli a più miti consigli in un opaco negoziato nel quale concetti come competizione e liberalizzazione non hanno diritto di cittadinanza. Simili prese di posizione sono tanto più praticabili quanto più i cittadini sono sprovvisti dei fondamentali dell’economia. La prima riforma di lungo periodo da attuare nel nostro paese è l’insegnamento delle curve di domanda ed offerta, già dai primi cicli scolastici.

Compito della politica, a nostro giudizio, è quello di creare un level playing field dove le imprese possano competere liberamente, a beneficio del cittadino-consumatore, che rappresenta l’autentico interesse generale. Compito della politica non è quello di imporre tasse aggiuntive, ma disegnare un sistema fiscale che sia il meno distorsivo possibile della competizione. Compito fondamentale della politica è quindi decidere come redistribuire i frutti di una crescita liberata, a beneficio di chi è rimasto indietro, individui e famiglie. Ma soprattutto, l’Europa non c’entra nulla se l’Italia è un paese levantino, incapace di programmare il proprio futuro, sempre alla ricerca di facili vie di uscita e di altrettanto facili nemici esterni da accusare.

Libri come quello di Tremonti sono profondamente diseducativi. Come ha scritto Carlo Lottieri,

Non è colpa della destra né della sinistra: hanno sbagliato tutti i fronti, perché è l’Italia intera che fino a oggi ha rigettato le logiche di mercato. Perfino quando negli anni Novanta si è operata una massiccia privatizzazione di parti del settore pubblico, non soltanto lo si è fatto a favore degli amici, ma per giunta controvoglia. Obbligati a fare cassa e contrastare in qualche modo il dissesto del bilancio pubblico, si è deciso di dare la Telecom ai “capitani coraggiosi” e le autostrade ai Benetton. Se prendiamo per esempio il caso delle telecomunicazioni, il fatto che non ci si sia posti il problema di quale statuto attribuire alla rete e di come favorire una vera concorrenza, non è soltanto la conseguenza di intrallazzi, ma anche di un deficit culturale. Perché quando si è privatizzato lo si è fatto senza convinzione: esattamente come si prende una medicina amara.

Per questo il destino di questa Italia, di questo “primato della politica” e di questo drammatico ritardo culturale sono una, cento, mille Alitalia.

(FINE – Qui la prima parte; qui la seconda)