L’inflazione che venne da Est

Hai visto mai che il nostro presciente ministro dell’Economia riesce ad azzeccare una previsione? Come ricorderete, in quella che è ormai una pietra miliare del “pensiero etico” occidentale (e presto anche di quello orientale, con il contributo determinante del taxpayer italiano), Tremonti aveva previsto che l’inflazione sarebbe arrivata da Est, perché questi sfacciati di cinesi e indiani si sarebbero messi a consumare una razione di calorie simile a quella di noi occidentali, nel più classico modello superfisso. Come noto, l’inflazione alimentare da Est non è arrivata, ma ora pare stia per arrivarne una più pericolosa, quella su gadget elettronici e beni durevoli di consumo.

In Cina è infatti in atto una tendenza all’aumento dei salari, nominali e reali, destinata a scrivere la parola fine al mito del serbatoio inesauribile di forza lavoro a buon mercato. Il famigerato (per numero di suicidi) impianto di assemblaggio di prodotti elettronici Foxconn, a Shenzhen, ha alzato le retribuzioni del 30 per cento e promette un’ulteriore aumento del 66 per cento al termine di un processo di valutazione della produttività dei prossimi tre mesi, che pare sostituirà l’indennità corrisposta ai familiari dei dipendenti suicidi. Honda ha aumentato le retribuzioni del 24 per cento, la municipalità di Pechino del 20 per cento, mentre alcune recenti statistiche mostrano che la forza lavoro rurale inurbata viene trattenuta con aumenti delle retribuzioni reali in doppia cifra.

La Cina sta trasformandosi da manifatturiero a basso valore aggiunto a leader tecnologico, e necessita quindi una forza lavoro più istruita e formata. Questa situazione determina l’esigenza per le aziende di mantenere basso il turnover, per evitare costi aggiuntivi. L’aumento del costo del lavoro è destinato a riflettersi in aumento dei prezzi del prodotto finito, visto che spesso i margini dei produttori sono estremamente compressi, per esigenze competitive sui mercati di esportazione.

In alcuni casi le multinazionali committenti (come Apple) potranno riassorbire i maggiori costi di produzione sacrificando i margini, ma la tendenza resta quella di un aumento dei prezzi di molti beni durevoli di consumo, malgrado la tendenza alla delocalizzazione, soprattutto in Vietnam e Bangladesh, perché la forza lavoro di quei paesi è comunque piccola rispetto alle esigenze della produzione globalizzata.

Stante la minaccia concentrica all’export cinese rappresentata dal cambio dello yuan agganciato a quello di un dollaro in rafforzamento sull’euro, potrebbe anche accadere l’impensabile, cioè una ripresa del trend di deprezzamento della valuta cinese.

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