La paura e la speranza – 1

Da dove iniziare a recensire l’ultima fatica letteraria del nostro ministro dell’Economia? Difficile immaginarlo, tali a tanti sono i piani di analisi e diagnosi in essa confusamente affastellati. Ricorriamo allora ad un miserrimo espediente, che la dice lunga sulla nostra inadeguatezza a comprendere i paradigmi del libro: seguiamo la numerazione delle pagine, il nesso verrà.

A pagina 6 Tremonti confessa di essere keynesiano. Nel lungo periodo saremo morti, ergo concentriamoci sul breve, dove le curve di offerta sono verticali o quasi, e dove si celano tutti i sommovimenti della storia dell’umanità:

“Se il numero di bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali ma salgono anche loro”.

Si certo, e quindi? Tremonti non ne vuol proprio sapere di offerta in aumento per effetto di prezzi più elevati. No, è “la globalizzazione che presenta il conto attraverso prezzi più elevati”. Che tradotto vuol dire che Tremonti è contrariato perché cinesi e indiani hanno aumentato la propria dotazione proteica giornaliera. Ed è addirittura atterrito da altre prospettive:

“L’ipotesi che, per esempio, 200 o 300 milioni di cinesi abbiano nei prossimi anni la loro automobile (inquinante) terrorizza per prime le stesse autorità cinesi. La risposta è quindi e in ogni caso una sola. Nell’interesse di tutti va fermato ovunque il mercatismo”.

Ve l’avevamo già detto: fermate il mondo, Tremonti vuole scendere.

In seguito il Nostro se la prende con la massificazione dell’uomo-consumatore, con una “lista di proscrizione simbolica” che farebbe la felicità di Naomi Klein:

“Un territorio nuovo, popolato da nuovi simboli, da nuove icone, da nuovi totem: pop, rap, jeans, reality, ecstasy, pc, online, e-commerce, eBay, iPod, dvd, Facebook, r’n’b, disco, techno, tom tom“.

Mancherebbero, ad evidenza, kleenex, jacuzzi ed anche goldoni (che era una marca di preservativi, altra forma di massificazione, di quelle che hanno svuotato l’Europa di bambini). Una lista inquietante, da cui apprendiamo che il rhythm and blues è un fenomeno massificante ma soprattutto recente, al pari dei jeans, della disco e della techno. Una lista da cui è però assente la Cinquecento. Non lo stiloso remake odierno, ma quella deliziosa scatoletta di sardine epitome del boom economico, per la quale gli italiani firmavano pacchi di cambiali. Ecco, il mercatismo e la massificazione dovrebbero datare più o meno da quel periodo, seguendo a ritroso il ragionamento del tributarista di Sondrio. Non è poi chiaro se Tremonti sia sostenitore dell’autarchia linguistica, oltre che economica. Dalla palese insofferenza con la quale enumera termini economici e finanziari anglosassoni parrebbe di sì. Anche l’inglese, lingua franca planetaria, è un regalo avvelenato della globalizzazione, quindi aspettiamoci una ripulitura in stile francese dei dizionari, dove il pc diventerà l'”ordinatore familiare”.

Dicevamo della massificazione consumistica, che ha spazzato via i cari vecchi tempi andati, quelli dove i valori con la maiuscola informavano l’umana esistenza, dalla culla alla bara, in un perpetuo “sabato del villaggio”. Di chi la colpa di questo uomo deraciné? Ma del mercatismo, che diamine, la degenerazione del liberalismo, la prosecuzione del comunismo con altri mezzi. Sorpresi? Invece è proprio Tremonti che ci spiega come la sinistra abbia fabbricato il cavallo di Troia dell’aberrazione liberoscambista:

“Nel 1989 – scrivevo in Rischi fatali – con la fine dei regimi comunisti la forza ideologica profonda della sinistra si è spostata, da sinistra verso destra, dal suo vecchio quadrante al quadrante opposto, e lo ha fatto senza trovare resistenze, portando con sé il suo storico tasso di dogmatismo e fanatismo, di integralismo e di fondamentalismo. E’ così che è cambiata per invasione di campo la struttura stessa del liberalismo”.

Insomma per Tremonti la sinistra massificante del pensiero unico, abbattuta con i calcinacci del Muro di Berlino nel novembre 1989 è risorta dalle proprie ceneri, travestendosi da mercatismo e vampirizzando il caro vecchio liberalismo con le braghe alla zuava, la pipa ed i baffi a manubrio, che eravamo abituati a vedere sorridente nelle fotografie color seppia. Un filino costruttivista questo Tremonti, non trovate? Noi restiamo cocciutamente popperiani e pensiamo che il liberale è un fallibilista, un razionalista critico, un uomo che non crede che la verità sia manifesta o che solo pochi abbiano occhi per vederla. Il liberale è anticostruttivista perché sa che “solo una minoranza delle istituzioni sociali sono volutamente progettate, mentre la gran maggioranza di esse sono venute su, ‘cresciute’ come risultato non premeditato di azioni umane”. Tremonti non è per nulla popperiano, sembra piuttosto un cabalista adepto di Nostradamus, e un filino cospirazionista:

“Non per caso, alla fine del 2001, non troviamo solo l’11 settembre e l’11 dicembre (la data di ingresso della Cina nel WTO), ma anche l’avvio di una nuova politica economica basata sulla spinta dello sviluppo dei mutui ipotecari. La nuova tecno-finanza ha fatto tutto il resto.”

Pensate: “una nuova politica economica basata sulla spinta dello sviluppo dei mutui ipotecari”. E noi che pensavamo che le securitisation fossero “soltanto” il frutto dell’innovazione finanziaria associata a mercati finanziari integrati. Invece no! Nelle segrete stanze del G7, della Trilaterale, dell’Aspen Institute (quelle frequentate anche da Tremonti), la Nuova Cospirazione aveva stabilito che la crescita economica dell’Occidente si sarebbe basata sulla cartolarizzazione dei mutui. Sfortunatamente Tremonti non lo ha capito subito, malgrado ci ammonisca da anni col ditino levato che lui aveva già preconizzato, in tempi non sospetti, il rischio di “una Parmalat globale”. Per l’uomo conosciuto nel mondo come l’inventore della “finanza creativa” delle cartolarizzazioni, delle Scip, Scic, S.c.c.I. (Inps), è un discreto contrappasso dantesco.

Eppure, per l’uomo che fino al 2004 dava la colpa della anemica crescita italiana “all’11 settembre” salvo poi correggersi, nel 2005, affermando di essersi sbagliato, non ci sono dubbi: “l’Occidente esporta ricchezza, e importa povertà”. Posizione assai etica: si stava bene quando gli altri stavano male e morivano di fame. Oggi l’Occidente sta affondando, secondo Tremonti, spinto sott’acqua dagli Stati Uniti, e dai loro deficit gemelli, quello commerciale e quello di bilancio, che si autoalimentano. Tremonti ritiene che oggi, nell’economia mondiale, stiano fronteggiandosi due diversi paradigmi: il primo si può rappresentare a forma di tempio, dove le colonne sono le economie americana, europea, cinese, indiana, russa (e latinoamericana, aggiungiamo noi), e dove il cedimento di una colonna non dovrebbe provocare il crollo del tempio, grazie alle altre. Speranza illusoria, secondo Tremonti, per via del forte squilibrio dimensionale tra due le principali colonne (europea ed americana), e tutte le altre. Ma se stiamo già recriminando per l’ascesa di Cina ed India e vorremmo frenarne la crescita (dio solo sa come, peraltro), per quale motivo dovremmo lamentarci della gracilità delle altre colonne del tempio e della loro inadeguatezza a reggere la costruzione? L’altro paradigma, quello dominante ma che oggi appare declinante, è rappresentato da un triangolo rovesciato che ha al vertice (alla base) il consumatore americano, che oggi non può più estrarre consumi dalla borsa e dalla ricchezza immobiliare. Questo è il paradigma alimentato finora dall’innovazione finanziaria, e che sta mostrando vistosi segni di cedimento. Siamo proprio sicuri che ciò sia un male? In fondo ogni squilibrio si paga, prima o poi, e lo squilibrio statunitense si chiama deficit delle partite correnti, finora contenuto dalla forza geopolitica della potenza americana. Se oggi è in atto un riequilibrio a vantaggio di altre aree del pianeta, ciò può essere sgradevole e finanche doloroso per noi occidentali, ma è nell’ordine degli eventi possibili. Sono i “second round effects” della globalizzazione: creare ricchezza anche in altre aree del pianeta. O forse la funzione della globalizzazione doveva essere quella di rendere i paesi ricchi ancora più ricchi?

Il deficit americano delle partite correnti trova contropartita nel surplus di altri paesi. Per riciclare tale surplus alcuni stati hanno creato dei fondi sovrani. Che Tremonti vede come l’avanguardia del Male in Occidente. Noi no, e non siamo soli. Questo fondi hanno obiettivi extraeconomici, tuona Tremonti, per la loro intima natura:

“Con buona pace del mercatismo, ai fondi sovrani non si applicano infatti se non formalmente le regole-base del capitalismo: le regole Anti-trust o quelle che vietano il market abuse. Soprattutto, essendo diretta proiezione di governi stranieri, i fondi sovrani possono esercitare (e non è affatto escluso, anzi!, che esercitino) la loro influenza politica, soprattutto nel caso che investano, e lo stanno già facendo, in un tipo di industria che è sempre più strategica: l’industria bancaria”.

Si, certo, lo stanno già facendo. Ma noi non sottovaluteremmo la disciplina di mercato e del mercato. Alcuni di questi fondi sono di paesi, come Singapore, che da sempre godono di alti surplus di partite correnti, ma che hanno scarsa o nulla vocazione all’egemonia geopolitica planetaria. In alcuni casi tali fondi sono entrati nel capitale di banche d’affari americane rinunciando in tutto o in parte al diritto di voto, cioè come partner puramente finanziari. Chi ha detto poi che la disciplina antitrust e le regolazioni sono insufficienti? E soprattutto, non dimentichiamo il vecchio motto americano “uno sciocco e i suoi soldi si separano presto”. Se l’investimento non è valido il mercato punisce, ed è inutile giustificarsi affermando che “tanto è una posizione strategica, cioè di lungo periodo”. Ricordate dove sono finiti i surplus petroliferi arabi degli anni Settanta? Prevalentemente in sprechi e cattivi investimenti. E comunque, con buona pace di Tremonti, finché ci saranno paesi in deficit commerciale ce ne saranno altri che accumuleranno riserve e finiranno col creare fondi sovrani. Ancora una volta, se temiamo questo scenario dovremmo forse toglierci rapidamente il dente del riequilibrio e del ridimensionamento degli Stati Uniti e dei loro consumi drogati. Non si può avere burro e cannoni, la vita è fatta di tradeoff, e anche gli americani (e Tremonti) prima o poi se renderanno conto.

(1- La seconda parte sarà pubblicata lunedì 19 maggio)

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