Tra Keynes e non sequitur

Siamo davvero sicuri che una stretta fiscale determini sempre e comunque una ripresa economica sana, o almeno che ne ponga le basi? Se lo chiedono i gestori dell’asset manager britannico M&G nel blog aziendale “Bond Vigilantes“. E ce lo chiediamo anche noi, si parva licet.

A settembre, ricordano i Bond Vigilantes, il Fondo Monetario Internazionale aveva accolto entusiasticamente il programma di austerità del governo Cameron-Clegg. Solo un mese dopo, nel World Economic Outlook, il Fondo sembra assai meno convinto. Il problema, come sempre, è leggere correttamente quelle che riteniamo essere “lezioni del passato”.

Ad esempio, all’inizio degli anni Novanta, Svezia e Canada erano visti come un esempio di consolidamento fiscale di successo, tale cioè da rilanciare la crescita. Ancora oggi, quei due esempi vengono citati per suffragare la tesi che, quanto più si taglia, tanto più la congiuntura rimbalzerà. Uno sguardo più attento alla ripresa dei due paesi mostra tuttavia che all’epoca i tagli di bilancio furono pressoché contestuali ad una forte crescita dei maggiori partner commerciali (soprattutto nel caso del Canada), consentendo quindi all’export di sostituirsi alla debole domanda domestica. Inoltre, i margini di politica monetaria a disposizione dei due paesi erano all’epoca decisamente ampi, a sostegno quindi anche dell’indebolimento del cambio. Per un efficace debunking della narrativa sui tagli di bilancio che inducono forte ripresa “per se“, vedasi questo pezzo di Marshall Auerback.

Oggi lo scenario è del tutto differente. I tassi d’interesse sono prossimi allo zero e la politica monetaria non può quindi funzionare come in passato, né ci sono certezze circa l’efficacia di una politica di easing quantitativo. Analogamente, non tutti i paesi possono svalutare le proprie divise, pena una guerra commerciale. I paesi sviluppati (con l’esclusione dei produttori di materie prime) si trovano in una condizione di ciclo sincronizzato, e da essi non ci si possono quindi attendere grandi spinte. I mercati emergenti, pur grandi contributori alla crescita globale, non hanno ancora la massa critica per trascinare l’intero pianeta.

I Bond Vigilantes ricordano che nel 1981 un gruppo di 364 economisti inviò una lettera al Times, prevedendo sciagure se i tagli di spesa pubblica voluti da Margaret Thatcher si fossero realizzati. La successiva forte crescita economica del Regno Unito condannò quell’appello ad essere etichettato come un esempio di fallacia, oltre che come l’ennesima conferma che gli economisti non sanno prevedere alcunché. Keynesismo ingenuo, venne definita quella iniziativa, e forse lo era. Ma nella rivisitazione storica dell’espansione britannica di inizio anni Ottanta si tende ad omettere il drammatico contributo alla crescita fornito dalla scoperta dei giacimenti petroliferi del Mare del Nord. Quindi, chi avrebbe avuto ragione, gli economisti keynesiani naif o il thatcherismo?

I Bond Vigilantes concludono segnalando il libro di Robert Skidelsky su Keynes. Un tentativo di smontare alcuni miti negativi sul conto dell’economista britannico, considerato un anticapitalista che vedeva i deficit di bilancio sempre e comunque come entità salvifiche. In realtà, è la tesi di Skidelsky, Keynes credeva nel libero mercato ma riteneva che a volte i fallimenti del medesimo necessitassero dell’intervento dello stato. Keynes credeva inoltre che, nella maggior parte degli scenari economici, i conti pubblici dovessero essere in attivo. Non entriamo nella disputa, limitandoci a segnalare che troppo spesso i precetti di Keynes sono stati stravolti e degradati al luogo comune dell’orgia-deficit. Sarebbe ad esempio bastata un’applicazione diligente del pareggio di bilancio lungo un ciclo economico: avremmo evitato molti guai.

Sarebbe quindi utile ed opportuno assumere un approccio metodologicamente laico, oltre che eclettico, ed evitare guerre di religione, soprattutto su idee sviluppatesi in passato, in differenti contesti storici, istituzionali, tecnologici e di mercato. Vedi il tentativo di rileggere oggi Milton Friedman sull’efficacia dell’easing quantitativo. Quello che ci preme segnalare, qui ed ora, è che occorre prudenza prima di affermare in termini netti che la stretta fiscale, in questo contesto macroeconomico, determinerà inequivocabilmente un rilancio dell’economia. Perché sarà anche vero che la storia è maestra di vita, ma l’eccesso di semplificazione (nella modellistica economica come nella polemica “ideologica”) fa un pessimo servizio all’analisi della realtà.

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