“Ma la Libia non è il Ruanda”

Su Dissent (dove non scrive solo il falco interventista progressista Paul Berman, tanto caro ai neocon), il condirettore Michael Walzer esprime tutti i suoi dubbi sull’azione occidentale in Libia e sulla indeterminatezza dell’obiettivo ultimo.

L’occasione è opportuna anche per stigmatizzare l’abituale levantinismo della Lega Araba, che tanto ha entusiasmato Hillary Clinton, spingendola a forzare la mano a Obama e ad emarginare il capo del Pentagono, Bob Gates:

«La Lega Araba ha richiesto la creazione di una no-fly zone, ma alcuni dei suoi leader stanno già criticando gli attacchi necessari per farla funzionare. E, ancora, nessuno tra i principali stati arabi sta partecipando. E’ un vecchio schema che pensavamo fosse finito dopo le sollevazioni in Egitto e Tunisia – quello in cui gli stati arabi (ed anche altri stati) non si assumono la responsabilità di fare ciò che vogliono sia fatto…da altri»

Ma soprattutto, a Walzer la motivazione “umanitaria” suona alquanto ipocrita:

«Nessuna di queste obiezioni conterebbe se questo fosse un intervento umanitario per fermare un massacro. Ma questo non è ciò che sta accadendo in Libia oggi. (…) Guardare la repressione non sarebbe facile (sebbene pare che oggi stiamo facendo proprio questo, senza difficoltà, in Bahrain ed in Yemen). Ma il rovesciamento di tiranni e l’affermazione della democrazia devono essere lavoro locale ed in questo caso, tristemente, i locali non ci stavano riuscendo. Gli stranieri possono fornire ogni tipo di aiuto – morale, politico, diplomatico, ed anche materiale. Forse i vicini, che condividono col popolo libico etnia e religione, potrebbero fare di più. Ma un attacco militare della specie ora in atto è difendibile solo nei casi più estremi. Rwanda e Darfur, dove non siamo intervenuti, avrebbero risposto a questi requisiti. La Libia no»

Speriamo che Walzer si sbagli, e noi con lui. Nei prossimi anni capiremo se questa è stata l’operazione militare peggio ponderata (dagli americani, che pure di queste avventure se intendono) nella storia. Siamo passati dall’esportazione della democrazia alla protezione umanitaria: gli obiettivi sono ridimensionati, gli esiti ultimi rischiano di non esserlo.

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