Errare è umano, perseverare è Fortis

Sul Sole, il professor Marco Fortis torna sul tema debito nazionale vs. ricchezza privata, più precisamente sul grado di copertura da parte del patrimonio privato del debito “estero”, definito sia come parte del debito pubblico detenuto da non residenti che come la più generale posizione finanziaria netta sull’estero.

Come sottolinea Fortis, che richiama le considerazioni di Daniel Gros pubblicate giorni addietro, il problema sorge quando una posizione finanziaria netta ampiamente negativa viene fronteggiata da un patrimonio privato risicato. In questo caso, neppure una patrimoniale straordinaria riuscirebbe a riportare la situazione in linea di galleggiamento, come è infatti il caso della Grecia, che ha una posizione finanziaria netta negativa pari al 99 per cento del Pil ed una ricchezza finanziaria netta delle famiglie scesa a solo il 56 per cento del Pil.

La posizione finanziaria netta dell’Italia è negativa per l’11 per cento della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, un dato ancora piuttosto contenuto ma in apparente trend di peggioramento. Sulla scorta di questi dati, Fortis sottoscrive l’affermazione di Gros, per il quale “l’Italia non è il Portogallo” e ricorda che, nel suo ormai celeberrimo editoriale dello scorso 8 dicembre, aveva sostenuto gli stessi concetti, enfatizzando che il nostro paese avrebbe parametri di sostenibilità finanziaria del tutto rassicuranti, anche se molto lontani dalla solidità tedesca e giapponese, visto che il primo caso, grazie ad imponenti avanzi di bilancia commerciale, ha una posizione finanziaria netta sull’estero fortemente attiva, e nel secondo caso la quasi totalità del debito pubblico è sottoscritta da residenti.

L’ottimismo panglossiano di Fortis merita un elogio, non foss’altro che per la pervicacia con cui viene argomentato e divulgato. Ma le fragilità si vedono tutte. Riguardo la porzione di debito pubblico detenuta da non residenti, ad esempio, noi siamo al 47 per cento, come vi ripetiamo da anni. Non è poco, con buona pace delle idiozie governative lette ed ascoltate nei mesi scorsi, secondo le quali gli italiani avrebbero un risparmio così imponente da rendere finanziabile su base domestica il nostro debito pubblico. Queste sono sciocchezze patologiche, e solo un paese densamente popolato di yesmen mediatici è riuscito finora a non confutarle. Quindi, malgrado Fortis si esibisca nella più classica excusatio non petita, se gli stranieri smettessero di comprare la carta sovrana italiana, la patrimoniale sarebbe inevitabile.

Riguardo la posizione finanziaria netta sull’estero, Fortis omette di segnalare che il nostro paese ha un deficit delle partite correnti che mostra da alcuni anni una tendenza all’allargamento, che pur senza essere di ampiezza drammatica, deve indurre a qualche riflessione sulla competitività del nostro paese.

L’intero debito pubblico italiano nel 2010 era pari al 67 per cento della ricchezza privata, percentuale identica a quella francese, ed a fronte del 62 per cento della Germania. Con questi dati, conclude Fortis, non si vuole in alcun modo “auspicare l’introduzione di una patrimoniale sulla ricchezza privata italiana”, ma solo dimostrare che “se lo stesso viene valutato in rapporto alla ricchezza privata anziché al Pil, la prospettiva cambia completamente, e con essa il giudizio sulla sostenibilità finanziaria comparata del nostro paese”

Ma nemmeno per idea. Come possa Fortis parlare di grandezze finanziarie quando sta lavorando su dati prettamente patrimoniali, quali lo stock di ricchezza privata, che egli continua a porre a garanzia implicita della solvibilità del nostro paese, resta un mistero. Queste comparazioni sono e restano la giustificazione ideologico-intellettuale di una patrimoniale straordinaria, oppure (nella migliore delle ipotesi) si tratta di normale ignoranza di chi sostiene tali tesi.

Sappiamo, dalla contabilità nazionale, che la posizione patrimoniale netta sull’estero è correlata positivamente al risparmio e negativamente agli investimenti. Il risparmio italiano è in un trend calante, a causa dell’insufficiente sviluppo del reddito. Certo, se gli investimenti a loro volta stagnassero, la nostra posizione estera netta resterebbe più o meno in equilibrio, ma la nostra crescita di lungo periodo ne sarebbe ulteriormente danneggiata. Anche se i sostenitori della “decrescita” potrebbero rallegrarsene.

E comunque,  in un mondo normale, i debiti si ripagano sul reddito e sulla crescita del medesimo, non sul patrimonio, esimio professor Fortis.

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