La Lex e la fallacia del pareggio di bilancio in costituzione

Oggi (solo oggi, vien fatto di dire) la Lex del Financial Times giunge a fare del debunking sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. O meglio, con arguta inversione dei termini del ragionamento, sulla incostituzionalità del deficit di bilancio pubblico. Ma l’editoriale è phastidioso perché confuta anche altri luoghi comuni di questa stagione che sta sbriciolando antiche certezze ed uccidendo in culla nuovi luoghi comuni.

Si comincia con un rapido e certamente non esaustivo excursus storico, che parte dal tetto al debito federale americano (non costituzionale, ma legalmente vincolante), fissato per la prima volta a 45 miliardi di dollari nel fatale anno 1939, per giungere ai parametri di Maastricht, mandati a pallino da francesi e tedeschi con la entusiastica collaborazione di Giulio Tremonti, nel 2005. La realtà, come scrive la Lex, è che “where there is a will, there is a way“. Che in altri termini vuol dire che ciò che l’uomo costruisce l’uomo distrugge, gabbie legali-costituzionali incluse.

Ma la valenza più strettamente politica dell’editoriale del Ft è racchiuso soprattutto in una frase:

«Senza un fondamentale cambio di mentalità – verso una preferenza per i default e l’impopolarità politica rispetto ai deficit fiscali – maggiori restrizioni porteranno solo a maggiore “ingegnosità” legale nel trovare modi per per indebitarsi fuori bilancio»

Appunto: è quello che, assai modestamente, scrivevamo qui, per commentare la proposta del presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi. Non paghi del miserrimo fallimento dell’articolo 81 della Costituzione, siamo oggi impegnatissimi a fantasticare di camicie di forza costituzionali al deficit. Eppure ci portiamo dietro una cultura del deficit, una classe politica populista ed economicamente analfabeta e l’abituale “genio italico” per gli aggiramenti delle norme tali da rendere la proposta di Nicola Rossi quella di un inguaribile idealista. E il brutto è che, proprio per questi motivi, il pareggio di bilancio costituzionale dei tedeschi funzionerà benissimo, per la nota ferrea autodisciplina di quel paese, ad ogni livello.

Lex parla però anche di altri luoghi comuni. Ad esempio, il convincimento che l’attuale eurocrisi sia stata causata da eccessivo indebitamento pubblico, come non si stanca di ripetere il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble. Bisognerebbe dirlo a Spagna ed Irlanda, che prima del collasso immobiliare avevano confortevoli e virtuosi surplus di bilancio e modesti livelli di debito. Ma i luoghi comuni, si sa, sono assai duri a morire.

Il problema non è solo il debito pubblico, ma sono i debiti privati e la dimensione transfrontaliera del credito, oltre alla volontà politica di non fare fallire le banche. O meglio, di mantenere in mani private la proprietà di banche che, dopo la crisi, andavano nazionalizzate, come accaduto in Svezia lo scorso decennio. La stessa Germania, peraltro, così virtuosa a livello di conti pubblici, è colpevole di massima ipocrisia quando tenta di avere botte piena e moglie ubriaca, fornendo aiuti alla Grecia per tenerla in vita quel tanto che serve alle banche tedesche per prendere tempo ed evitare un disastroso effetto-domino che le travolgerebbe al primo default, ma rifiutando sdegnatamente anche solo l’idea degli eurobond.

In sintesi, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, data questa multipla eziologia della crisi, rappresenta solo un diversivo, che finirà con l’esacerbare ulteriormente la differenza tra una Germania disciplinata e dei paesi mediterranei (Francia inclusa) che non riusciranno a trasformarsi improvvisamente in tedeschi.

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