Islanda, allieva prediletta del FMI

Ma voi sapevate che i “ribelli” islandesi del “default selettivo” sono stati per circa tre anni sottoposti alle amorevoli cure del Fondo Monetario Internazionale, bastione dell’ortodossia finanziaria globalizzata? No, vero? La notizia non vi è stata data dagli indignados de noantri, quelli che “il vostro debito non lo paghiamo”, quelli che “facciamo tutti come la virtuosa Islanda”. Meglio di no, si direbbe.

Dopo il collasso del proprio sistema bancario, l’Islanda ha subito quello che in gergo viene chiamato un sudden stop, un arresto improvviso dell’influsso di fondi, che ha causato un violento squilibrio di bilancia dei pagamenti. In questi casi, gli stati chiedono l’assistenza del Fondo Monetario Internazionale, che eroga una linea di credito (Stand-By Arrangement, SBA), la cui erogazione rateale è condizionata a precise azioni di politica economica, tra le quali una feroce austerità, per migliorare la competitività.

Ebbene, l’Islanda si è assoggettata di buon grado alla procedura, che è terminata in agosto e che è stata giudicata dal FMI “un successo”. Non tutti la pensano allo stesso modo, a dire il vero, e i dati macro non sembrano particolarmente eclatanti, come scrive l’economista Jon Danielsson su Voxeu evidenziando, tra le altre cose, che:

  • Public finances are not on a sustainable path,
  • Exchange rates are not fully stable even with capital controls,
  • Investment has collapsed, and
  • The financial sector is dysfunctional

Non entriamo nei dettagli, lasciando agli interessati la lettura del pezzo di Danielsson, che spiega tutti i gravi problemi che il paese sta ancora affrontando. Quello che ci preme ribadire, ormai ad nauseam, è che la “ribellione” del debitore Islanda si è sostanziata nel rifiuto di indennizzare Regno Unito e Olanda per aver protetto i propri depositanti in Icesave, che era una banca privata islandese. Ora, non che questa iniziativa non sia degna del massimo plauso, tutt’altro. Ma non si è trattato in alcun caso di un default sovrano. Ma resta il fatto che, per fronteggiare la crisi di bilancia dei pagamenti innescata dal crollo dei flussi finanziari, l’Islanda ha seguito la strada più tradizionale possibile, il ricorso all’ortodossia del FMI.

Sarebbe utile segnalare anche questo “dettaglio”, quando si racconta la vicenda islandese, ad evitare che qualcuno si entusiasmi troppo per ricette “alternative” alla crisi del debito che in realtà di alternativo non hanno proprio nulla.

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