Il tasto reset è quello dell’autodistruzione

La decisione greca di tenere un referendum popolare per la ratifica delle condizioni dell’ultimo bailout ha di fatto azzerato i piccoli e largamente insufficienti progressi fatti nelle ultime settimane. Riguardo il referendum voluto da George Papandreou, vi sono informazioni contraddittorie: secondo la Reuters, ieri, un sondaggio avrebbe evidenziato che i greci sarebbero in maggioranza contrari al nuovo intervento ed al sostanziale default che esso prevede, considerandolo una violazione della sovranità nazionale del paese. Bizzarro, e noi che pensavamo che ridurre il peso del debito fosse un momento liberatorio.

Ma la realtà è che questo haircut del 50 per cento non risolve nulla, visto che è applicato su una quota dello stock di debito che è piuttosto piccola a causa dei finanziamenti sovranazionali finora ricevuti da Atene. Ancor più bizzarra la risposta alla domanda del sondaggio in cui si chiede se i greci vogliono l’euro: quasi i tre quarti del campione avrebbe risposto affermativamente. Delle due l’una: o il sondaggio è stato fatto con criteri assai poco rigorosi, oppure la popolazione greca di questa crisi ha capito ben poco. Come che sia, nessuna meraviglia che i mercati stiano martellando il nostro paese, spingendolo sempre più vicino al punto di non ritorno. E qui servono alcune considerazioni aggiuntive.

In primo luogo, piantiamola di parlare di articolo 18, di flexicurity e consimili amenità: nulla di tutto ciò potrebbe risolvere, ora, il problema. I tempi dei mercati sono del tutto incompatibili con quelli della politica. Le riforme andavano fatte con calma e in tempo di pace, nell’ultimo decennio, non ora sotto le bombe. In secondo luogo, queste sono le campane a morto per gli Austerici, che da mesi la menano con la favola dell’austerità espansiva, quella che “bisogna tagliare il deficit, e tutto si risana”. Non è così, e lo vediamo quotidianamente.

Ieri il governo portoghese ha chiesto un rallentamento del percorso di “risanamento” fiscale, per evitare che le proprie banche siano costrette a ridurre la dimensione del proprio bilancio, uccidendo l’economia del paese, che già di suo non sta per nulla bene. Lo stesso problema si sta ponendo per l’Italia, come mostra il grido di dolore di ieri di Bazoli, Guzzetti e Mussari. Nessuna simpatia per questi signori, ma occorre ammettere che anche un orologio rotto può segnare l’ora giusta, occasionalmente. Gli stress test di fine settembre hanno certificato lo scherzetto che tedeschi e francesi hanno giocato all’Italia, penalizzata pesantemente per l’autointossicazione che le nostre banche si sono procurate, rimpinzandosi di Btp (finanziati presso la Bce, per guadagnare il carry). E ora, che accadrà? Che le banche italiane chiederanno di essere ricapitalizzate dalla Cassa Depositi e Prestiti, minacciando in caso negativo di vendersi allo straniero, e nel frattempo chiuderanno i rubinetti del credito in un modo che devasterà famiglie ed imprese, e andranno a negoziare tagli ai propri organici per decine di migliaia di persone.

La soluzione? Sempre quella: la Bce si ponga come garante della stabilità del sistema finanziario europeo e minacci di mettersi a stampare moneta, mentre portiamo avanti la famosa austerità e costringiamo questo fottuto paese a riformarsi dalle fondamenta. Questa è l’unica alternativa ad un crollo che avrebbe conseguenze sulla vita di noi tutti simili a quelle di un evento bellico. Vediamo quanto tempo servirà a Berlino per ficcarsi in testa che da questa guerra loro usciranno a pezzi come noialtri. Ditelo anche agli Austerici di casa nostra, mi raccomando. Inclusi quelli che fanno i liberisti con le tasse degli altri.

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