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Per non delocalizzare, basta non insediarsi

Con una ciclicità che susciterebbe l’interesse di uno scienziato intento a osservare le proprie amate cavie agitarsi nella ruota, in questo paese tornano temi e dibattiti destinati a restare irrisolti ma ad alimentare l’eterna stagione della nostra bancarotta culturale e civile. In questo periodo di presunta fuoriuscita pandemica ma anche di avvio di una delicatissima transizione ecologica e tecnologica, il tema ricorsivo è sempre quello: aziende che chiudono e/o delocalizzano.

A questo giro pare in effetti esservi un settore colpito più degli altri: quello dell’automotive. Dopo lo sblocco dei licenziamenti, la procedura in cui i politici hanno dato prova di di grande capacità di analisi e lettura del contesto, plebiscitando la protezione del tessile-abbigliamento-cuoio-calzature, il ceffone è infatti arrivato da altrove.

Fornitori auto minacciati

GKN Driveline chiude a Firenze (ma anche un impianto in Regno Unito), Gianetti Ruote a Ceriano Laghetto, Timken nel bresciano. Pare essere il calcio d’inizio di una epocale ristrutturazione globale della componentistica auto, mentre l’aumento di concentrazione settoriale spinge i costruttori a internalizzare parte della produzione di componenti, anche per preservare i livelli occupazionali, sotto la pressione sindacale e politica. I fornitori sono le vittime predestinate della ristrutturazione.

Come risponde la politica italiana, a questo evento? Nel solito modo pavloviano, quello della caccia alle multinazionali con tante zeta. Quelle che licenziano senza mostrare empatia, come se esibirla potesse cambiare l’esito di decisioni già assunte. Poi c’è l’esecrazione per i fondi di private equity che spesso controllano tali manifatturieri, e anche qui non ci si rende conto che si tratta di reazioni adattive alla pressione competitiva.

Subito, inizia l’elaborazione di misure “anti-delocalizzazione”, con corredo di proclami che mettono in immediata evidenza la devastante ignoranza di chi li pronuncia. Era già accaduto a inizio legislatura, con lo psicodramma Pernigotti che aveva portato i pentastellati a elaborare la demenziale misura della tutela del marchio storico, imbullonandolo al territorio per poterlo uccidere prima e meglio.

Orlando in campo

Ora è il turno del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che vuole farla pagare cara alle aziende in uscita, richiamando gli eventuali aiuti pubblici da esse ricevuti, con forti maggiorazioni. Nel mezzo abbiamo l’eterna reindustrializzazione di siti storici, come Termini Imerese, che quest’anno festeggia il primo decennale dall’uscita di Fiat. Oppure Embraco, che da oltre tre anni cerca il cavaliere bianco e ne trova invece solo di macchiati e sporchi.

Riguardo quest’ultima, Orlando ha le idee chiare, nella coazione a ripetere:

Per Embraco si tratta di non abbandonare la speranza di produrre un processo di reindustrilizzazione, che presenta dei problemi, anche perché nel frattempo ha trovato l’ostacolo del Covid.

Questo è un eclatante caso di Long Covid applicato ad un’azienda, par di capire: dura da prima della pandemia. Abbiamo anche il caso Whirlpool a Napoli, con l’azienda che intende chiudere e dichiara che non è in corso alcuna rilocalizzazione. Anche qui, tuoni della politica per riprendersi le agevolazioni erogate in questi anni. A cui l’azienda replica, a livello neppure troppo subliminale, che in Italia resta ancora con numerosi impianti sui quali sta investendo in modo certamente eccedente le eventuali agevolazioni. Come dire: occhio, non siamo spekulatori, se tirate troppo la corda, quella si spezza.

Invitalia e Sventure Capital

Durante il leggendario esecutivo Conte I, era stato creato un fondo definito anti-delocalizzazioni gestito da Invitalia e denominato, con sicumera degna di miglior causa, Italia Ventures III. Interessante l’aspetto semantico: definire “venture” (sottinteso capital) il salvataggio di aziende non esattamente di frontiera tecnologica, a conferma del fatto che il pervertimento linguistico viaggia di conserva con quello politico:

[…] il decreto dispone l’istituzione di un fondo di investimento mobiliare di tipo chiuso, riservato, denominato «Italia Venture III»; a istituirlo è Invitalia, tramite la società di gestione del risparmio di cui è azionista al 100%, Invitalia Ventures Sgr spa. Ma, oltre che da Invitalia, le quote del fondo possono essere sottoscritte, per non oltre il 50%, da investitori istituzionali e investitori privati indipendenti, individuati sempre da Invitalia, mediante procedura aperta e trasparente. Lo strumento mobiliare avrà durata massima di 10 anni a partire dalla chiusura della sottoscrizione, con scadenza al 31/12 successivo al compimento del decimo anno. Ma la sgr potrà deliberare una proroga, non superiore a tre anni.

Il Fondo opererà mediante investimenti in equity e quasi equity, inclusi prestiti, leasing, rilascio di garanzie o combinazioni di strumenti. Le risorse investite dai privati dovranno arrivare almeno al 30% dell’importo investito, mediante sottoscrizione di quote del Fondo per almeno il 30% del complessivo. Oppure, attraverso il coinvestimento in singole operazioni per almeno il 30% del singolo investimento.

Le attività target sono le grandi imprese del manifatturiero in crisi, oppure quelle operanti nei servizi ad esso connessi, con almeno 250 dipendenti. E i complessi industriali di grandi dimensioni.

Come si intuisce, questo doveva essere un fondo di turnaround, cioè di recupero e rimessa in linea di galleggiamento di imprese dalla attività caratteristica sana ma che per qualsivoglia motivo (ad esempio, struttura finanziaria squilibrata sul debito rispetto ai mezzi propri) si trovano in difficoltà. Ed è nato già dirottato sul “mantenimento dei livelli occupazionali” come primato su qualsiasi altra considerazione strategica, il famoso “modello Ilva” a cui i piani industriali e la realtà devono genuflettersi.

Dignità delocalizzata

Ma la produzione legislativa del governo Conte I è andata oltre. Ad esempio, nel cosiddetto Decreto Dignità (metà della metà), era presente un’ulteriore norma anti-delocalizzazioni (yawn), in base alla quale le aziende che delocalizzano prima di cinque anni dal termine degli investimenti agevolati sono sanzionate da due a quattro volte il beneficio ricevuto dallo Stato. L’importo da restituire è poi maggiorato sino a cinque punti percentuali.

Ora, secondo voi, queste gride manzoniane hanno disincentivato le delocalizzazioni? No, vero? E quindi, che fare? Magari perseverare diabolicamente e inasprire la sanzione sino all’inverosimile, cioè impedire gli insediamenti produttivi? Perché quello è l’esito, in caso vi fosse sfuggito. Se chiudi o delocalizzi ti bombardo? Nessun problema, io non investo da te, visto che sono una multinazionale con tante zeta. Chissà se il ministro Orlando, ultimo di una lunga serie di problem solver, ha intuito questo scenario. Ah, saperlo.

Ma perché, diranno i miei più vispi lettori, bisogna dare soldi a un’impresa per aprire una fabbrica? Vediamo: forse perché gli “oneri di sistema”, cioè l’habitat potenziale per le aziende, è talmente arido e ostile che in queste lande non crescerebbero fabbriche? Anche qui: ah, saperlo.

Ma a questo proposito, serve anche altra riflessione: lo schema è che, quando un’azienda lascia, scatta la reindustrializzazione. Lo Stato cerca il compratore, colui che potrebbe avere in testa un’idea meravigliosa e far rinascere il capannone più bello più e superbo che pria (“Bravo!” “Grazie!”).

Sfortunatamente, spesso si presenta qualche scappato di casa che prende i soldi pubblici e scappa, lasciando in ambasce ministri, viceministri e sottosegretari che già si vedevano portati in trionfo sul carro del vincitore del Premio Schumpeter, quello della distruzione creatrice. A seguire, convegni pubblici e gargarismi sull'”economia sociale di mercato” e sul “capitalismo ben temperato” dall’azione dello Stato.

Distruzione creatrice. Di tasse

In casi del genere, l’unica distruzione creatrice è quella delle tasse dei contribuenti ma almeno poi ci resta da stramaledire le multinazionali con tante zeta o, per i più poetici, sospirare al modello cubano, che da decenni lotta contro i nipotini di Hobbes (dicono).

Ma al ministro Orlando non la si fa. Dall’alto della sua profonda conoscenza delle tematiche di economia industriale, divisione internazionale del lavoro e dei differenziali di produttività tra regioni e paesi, egli ha già scoperto eziologia e terapia:

Da un lato è importante limitare con un salario minimo europeo il dumping salariale, che alcuni paesi dell’Unione europea applicano, e dall’altro bisogna utilizzare questa ondata di finanziamenti che avremo col Recovery plan per responsabilizzare di più le imprese e legarle con più forza al paese nel quale operano e dal quale ricevono sussidi, e tutti gli strumenti che vanno in questa direzione vanno utilizzati. Per questo proporrò al ministro Giorgetti di confrontarci per rafforzare questo tipo di misure che già esistono ma che oggi, evidentemente, non sono sufficienti ed incisive.

Quindi, vediamo: serve un “salario minimo europeo” di stampo grillino, nel senso che da noi viene inteso come identico per ogni paese (lo sapevo, conosco i miei polli). E poi, ma non è chiarissimo, usiamo la cornucopia dei soldi del Recovery per dare sussidi a chi localizza in Italia, con la condizione di chiederne un imperioso multiplo in caso levassero le tende.

A ben pensarci, questa mi pare idea semplicemente geniale per estrarre un rendimento stratosferico dal Recovery Plan. Usiamo i soldi per annaffiare di sussidi le aziende del pianeta che vengono da noi. Poi, le spingiamo ad andarsene e chiediamo loro tre, quattro, dieci volte i sussidi pagati. Altro che azioni tech, criptovalute e meme stocks. Che bingo, signora mia! Come abbiamo fatto a non pensarci prima?

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