In caso di fallimento

di Alessandro Poggi

«L’operazione da lei richiesta non è al momento possibile».

È già il quinto sportello bancomat che provate, ma non vi permette di effettuare prelievi di contante. Chissà, ci deve essere stato un blackout elettronico o qualcosa del genere, pensate. Per strada notate però che davanti a molti istituti di credito si sono formate code lunghissime di gente. Tornate a casa e trovate vostra mamma che è preoccupata perché la sua pensione non le è ancora arrivata. Voi immaginate che magari c’è qualche problema tecnico che riguarda le banche. Accendete la tv, ma in onda ci sono solo dibattiti di economia e non avete voglia di ascoltarli. Passa qualche settimana, la vostra vita va avanti come prima, anche se nella vostra azienda hanno annunciato tagli del personale, ma voi l’avete scampata. Nel portafoglio non avete più euro, ma delle nuove lire e vi accorgete che tutto vi costa di più. Quell’iPhone che tanto desideravate, ora non potete neanche sognarvi di comprarlo. Per averlo vi servirebbe l’equivalente di oltre uno stipendio mensile. Che è successo? Vi domanderete.

Ecco quello che è successo, il vostro Paese è andato in default. Per settimane abbiamo letto sui giornali di record dello “spread” tra Btp e Bund tedeschi, di Italia sull’orlo del baratro e di un possibile sgretolamento dell’euro.

Ma se il nostro Paese dovesse fallire cosa sarebbe l’impatto sulle nostre tasche e come cambierebbe la nostra vita? Dovremmo aspettarci scenari apocalittici, come molti temono, oppure si tratterrebbe “soltanto” di ridimensionare i nostri consumi e il nostro tenore di vita? Inoltre quanto probabile è questa eventualità e perché siamo finiti dentro questa situazione? “Default” è il termine anglosassone che viene utilizzato per descrivere la condizione di un Paese che non può più ripagare i propri creditori secondo gli importi e le scadenze prestabilite. In pratica equivale a dire che uno Stato è stato sopraffatto dai debiti ed è andato in bancarotta, anche se la parola inglese forse fa meno paura.

Nelle ultime settimane è un rischio che ha coinvolto anche l’Italia perché gli investitori ci chiedono tassi di interesse più alti per prestarci denaro. Tassi che sono quasi raddoppiati rispetto a qualche mese fa e che se dovessero ancora salire renderebbero il rimborso dei debiti sempre più difficile, praticamente insostenibile. E’ come se l’Italia fosse una famiglia che avesse accumulato debiti superiori a quelli che potrebbe rimborsare con un anno di stipendi. Se il suo reddito rimane lo stesso e le spese continuano ad aumentare prima o poi la banca blocca la carta di credito e chiede il rientro immediato dei prestiti. Fino a non molto tempo fa l’idea di fallimento di un Paese dell’Eurozona era considerata soltanto come un’ipotesi remota, ora invece si è trasformata in una possibilità reale, contemplata nei report ufficiali di diverse istituzioni finanziarie. Dire quanto sia probabile però non è semplice. Guardando ai mercati, ci sono alcuni contratti chiamati Credit Default Swap (una sorta di assicurazione contro l’evento di default) che fino a non molto fa stimavano la probabilità che l’Italia dichiari bancarotta entro i prossimi 5 anni superiore al 30%. Andiamo dunque a vedere quali sono gli scenari che si potrebbero profilare.

Innanzi tutto va detto che esistono vari gradi di bancarotta. In altre parole lo Stato prima di dichiararsi insolvente, proverà a “ristrutturare” il suo debito, cioè cercherà di trovare un accordo con i propri creditori per restituire anziché la cifra pattuita, magari una somma inferiore e spalmata nel tempo. Si tratta della cosiddetta “bancarotta soft” o controllata. «La totale e completa bancarotta dell’Italia non è, nemmeno ora, un’eventualità plausibile» ci racconta dalla Nuova Zelanda Maurizio Piglia, direttore investimenti della banca Saving Investments, che aggiunge: «Ma una ristrutturazione del debito è una possibilità vera, anzi forse una necessità». Questo vuol dire che i possessori di titoli di Stato (Bot, Cct, ecc.) non incasseranno più gli interessi (la cedola periodica) e alla scadenza dovranno magari accontentarsi al massimo di 70 centesimi per ogni euro investito inizialmente. Una “tosatura” non da poco per i risparmiatori italiani visto che il 14% dei titoli è in mano alle famiglie. Da parte sua lo Stato si scrollerebbe di dosso una buona fetta di debito pubblico e continuerebbe a funzionare quasi normalmente visto che al netto degli interessi il nostro bilancio è quasi in pareggio. Il vero problema riguarderà il collocamento di nuovo debito visto che gli investitori avranno tutte le ragioni per diffidare dell’Italia e chiederanno interessi più alti per compensare il rischio. Forse più gravi si possono considerare le conseguenze macroeconomiche.

Molte banche – sia italiane che europee – hanno in pancia titoli di Stato italiani e, a fronte del mancato incasso di cedole, avranno bisogno di aiuti per ricapitalizzarsi e quindi ridurranno il credito alle imprese. Tornerebbe il cosiddetto “credit crunch”. Lo scenario diventerebbe invece più cupo e inquietante in caso di bancarotta “extrastrong”, cioè se lo Stato annuncia che non pagherà più i suoi debiti. In quel caso i titoli in possesso di molti istituti di credito diventerebbero automaticamente carta straccia. «Mettiamola così. La banca del piccolo correntista ha molti soldi investiti in titoli di Stato: se le sue perdite supereranno il patrimonio, lo Stato non potrà intervenire ad aiutarla, perché nessuno presta soldi a uno Stato insolvente» ci spiega il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi. «Quindi la banca del piccolo correntista non sarà in grado di rendergli i soldi che ha depositato. Se la banca non ha soldi per rendere al piccolo correntista quel che ha depositato, figurarsi se ne ha per accendere il nuovo mutuo richiesto da una giovane coppia che si è appena sposata».

Molte banche dunque rischierebbero di fallire e ci sarebbe la corsa agli sportelli per ritirare i propri depositi prima che sia troppo tardi. «Un default è un evento catastrofico nella vita di un paese, l’equivalente di un bombardamento bellico» ci spiega l’analista economico Mario Seminerio. «Un default determina un drammatico impoverimento della popolazione, fallimenti a catena di imprese e un forte aumento della disoccupazione ». Per capire cosa ci potremmo aspettare nella peggiore delle eventualità abbiamo dato un’occhiata a un documento intitolato Guida di sopravvivenza al default, che da qualche mese circola sulla Rete e in cui un blogger argentino e alcune persone che hanno vissuto il collasso dei regimi nell’Est hanno raccolto una serie di consigli per preparare la propria famiglia nel caso di bancarotta dell’Italia.

Tra le conseguenze immediate sono previsti: «disoccupazione oltre il 25%», «limite alla quantità di denaro prelevabile », «stipendi dei pubblici dipendenti e pensioni che arrivano in ritardo o non arrivano per niente», «manifestazioni e scontri violenti nelle grande città» e «problemi a reperire generi di prima necessità per metà della popolazione».

Ma dopo qualche mese il quadro non è destinato a migliorare perché tra i problemi da affrontare ci saranno: «inflazione a due cifre», «completo degrado dei servizi pubblici» (sanità e polizia), «generale impoverimento» e «aumento della corruzione». Inoltre sulla scia di quanto successo in Argentina nel 2001 è probabile che un default selvaggio provocherà anche un’uscita dall’euro con conseguenze devastanti per il Paese. La gente prenderebbe d’assalto le banche per portare fuori i capitali e così lo Stato potrebbe congelare i conti correnti per evitarlo. Senza l’euro verrebbe creata una nuova moneta, con ulteriori complicazioni che derivano dalla necessità di cambiare i trattati europei e di riprogrammare tutti i bancomat e computer.

Se dovesse tornare la lira molti economisti stimano che per mantenere la competitività con l’estero la nuova moneta dovrà essere svalutata tra il 30 e il 60%. Cioè lo Stato stamperà banconote diluendo però la ricchezza dei cittadini. Se ad esempio la nuova lira varrà 1 euro, vuol dire che il mio stipendio anziché 1000 euro ora vale 1000 lire. Fin qui tutto bene. Ma se la benzina mi costava prima 1,5 euro al litro, il venditore estero ci vorrà guadagnare l’equivalente in nuove lire, cioè 3,75 in caso di svalutazione del 60%. L’iPhone che costava 500 euro prima della svalutazione, ora mi costerà 1250 nuove lire, con lo stipendio però fermo a 1000. Certo una nuova lire debole favorirebbe le esportazioni, ma è anche molto probabile che gli altri Paesi europei trovandosi una “piccolo Cina” a pochi passi possano applicare dazi doganali e altre misure di ritorsione commerciale verso l’Italia, che tra l’altro senza l’euro non beneficerebbe più dei vantaggi del mercato unico. Ma il vero disastro sarebbe soprattutto per le aziende che ora fatturano in nuove lire, ma che devono ripagare i propri debiti esteri in euro e che rischierebbero seriamente di venirne schiacciate. Ecco perché, a differenza di una famiglia o di un’impresa, se uno Stato fallisce le conseguenze saranno difficilmente arginabili.

Da Playboy, dicembre-gennaio 2012

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N.B. Non è affatto detto che un default/ristrutturazione del debito implichi anche la fuoriuscita del paese dall’euro. Ma il pezzo descrive in modo complessivamente realistico le verosimili conseguenze di questo evento catastrofico. 

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