Quattro passi nella retorica

Ieri si è tenuto l’ennesimo vertice bilaterale tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, in preparazione del messianico Eurogruppo del 23 gennaio, che sarà preceduto dall’incontro trilaterale del 20 gennaio a Roma con Mario Monti. Ieri i nostri due eroi hanno posto l’accento sulla crescita, ma senza troppa convinzione, seguiti a ruota dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. Ma quanto di tangibile ha prodotto questo nuovo, ennesimo summit?

Di fatto, ben poco. Merkel e Sarkozy stanno tentando di giungere alla scrittura dell’accordo intergovernativo entro fine gennaio anziché a marzo. Ma questo di per sé non significa nulla. Riguardo la crescita, ed escludendo ovviamente misure di stimolo fiscale, i francesi auspicano non meglio precisate misure per agevolare la mobilità intracomunitaria dei lavoratori, l’elemento che differenzia in negativo l’Ue dagli Stati Uniti, dove l’assenza di barriere linguistiche e nazionali consente di spostarsi da zone in recessione ad altre in espansione, sempre ammesso di non essere impiombati da un mutuo in cui si è “sott’acqua”, cioè in cui il valore di mercato dell’immobile sia inferiore a quello del debito residuo. Tra gli altri auspici, un efficientamento delle procedure di impiego dei fondi regionali comunitari.

Dal canto suo Van Rompuy, in una nota sul suo profilo Facebook, si spinge a dettagliare tre linee di intervento. In primo luogo, evitare tagli che abbiano effetto depressivo sulla crescita, il che significa preservare gli investimenti. Questo potrebbe essere un assist alla posizione di Mario Monti, che vorrebbe in qualche modo escludere dal machete la spesa in conto capitale, oltre a mutualizzarla, peraltro. In secondo luogo, Van Rompuy chiede un po’ democristianamente di “stimolare la domanda e rafforzare l’offerta”. Ultima direttrice del presidente del Consiglio europeo è l’intervento sul mercato del lavoro, in particolare di quello giovanile.

Nulla di rivoluzionario, come si nota. Sarkozy e Merkel dovrebbero in realtà soprattutto spingere per un rallentamento del percorso verso il pareggio di bilancio, da scambiare con l’adozione di misure di liberalizzazione, controllata e monitorata in sede di Commissione europea. Ma anche così, resta il problema, con la maiuscola: l’insufficienza dei fondi di salvataggio. Il nostro sospetto è che Sarkozy spinga furiosamente sull’adozione di una Tobin Tax credendo, illusoriamente, che questa possa produrre le risorse necessarie per finanziare il fondo salva-stati. Se le cose stessero in questi termini, si confermerebbe che la cosiddetta leadership europea ha perso ormai da tempo il contatto con la realtà visto che una Tobin Tax, oltre a non avere alcuna possibilità di realizzarsi escludendo la piazza di Londra (ma anche includendola), finirebbe peraltro con l’essere ribaltata sui consumatori-risparmiatori.

Nulla di nuovo all’orizzonte, quindi. Possiamo solo sperare che Monti giochi un ruolo di rottura di questa finta diarchia franco-tedesca (finta perché uno prende le decisioni e l’altro le subisce, facendosi bastare il ruolo di portavoce in conferenza stampa), portando un po’ più di realismo nelle chiavi di lettura della crisi.

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