Il tasso di disoccupazione non racconta tutta la storia

L’obiettivo del Governo è la riduzione dei livelli di disoccupazione del Paese, portandola “al 4-5% strutturale”: questo quanto indicato dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, secondo quanto riferiscono alcuni partecipanti al tavolo. Questo è “un tassello essenziale ai fini della crescita, con un forte coinvolgimento del sud. Non c’è crescita senza equilibrio tra nord e sud”, avrebbe inoltre sottolineato Fornero. Tutto perfetto, o quasi.

Il numero è da libro di testo, quel valore magico che (ci hanno insegnato) equivale al normale “attrito” di un mercato del lavoro sano. Il problema è che il solo tasso di disoccupazione da solo non serve a nulla e nulla dice, visto che va integrato col tasso di partecipazione alla forza lavoro. Avere un tasso di disoccupazione al 5 per cento ed un tasso di attività del 50 per cento è cosa ben diversa che avere un tasso di disoccupazione del 5 per cento ed un tasso di attività al 70 per cento.

Limitarsi a puntare ad un “numero magico” del tasso di disoccupazione senza preoccuparsi di alzare il tasso di partecipazione equivale ad una forma di “sacconismo di ritorno”, di quelli che ci hanno ammorbato per tre anni di propaganda trionfalistica e fallimentare. Poiché Fornero queste tecnicalità le conosce meglio di chiunque altro, c’è da ritenere che il riferimento a quel numero sia stata una necessaria semplificazione, per dare la misura dell’obiettivo a cui tendere. Al momento il credito di cui gode il ministro del Lavoro è ancora talmente elevato da portarci ad escludere intenti propagandistici. Lo stesso, canonico riferimento al Mezzogiorno pare in effetti indicare che obiettivo governativo (e del senso comune) è quello di aumentare il tasso di occupazione e puntare al magico 4-5 per cento di disoccupazione a partire da una base di occupati ben più ampia.

Il tutto avendo ben presente che, al rientro degli scoraggiati nella forza lavoro, il tasso di disoccupazione aumenterà inevitabilmente, come dimostra l’esempio statunitense di questi mesi, con un tasso di partecipazione alla forza-lavoro che aumenta e tende a mantenere alto (e comunque vischioso nel ridursi) il tasso di disoccupazione pur in presenza di un rilevante aumento del numero di occupati.