La Svezia, il social compact e le antiche certezze macroeconomiche

Su Voxeu, una analisi di Lars Calmfors, dell’Università di Stoccolma sul “miracolo fiscale” compiuto dalla Svezia a inizio anni Novanta, quando i conti pubblici del paese erano in condizioni disastrose. Tutto molto interessante ed una inequivocabile storia di successo. Ma anche l’ennesima conferma che la “contrazione espansiva” resta un’Araba fenice.

Nel 1993 la Svezia giunse ad avere un rapporto deficit-Pil dell’11 per cento, mentre il rapporto debito-Pil passò dal 41 per cento del 1990 al 73 per cento nel 1996, in larga misura conseguenza di un terribile triennio di contrazione del Pil. Il sistema politico (ed il paese) si diedero un ambizioso e durissimo piano di consolidamento fiscale, che l’autore sottolinea essere stato incondizionato. Cioè si taglia, senza se e senza ma. Fu così che venne realizzata una vera spending review (la chimera di cui noi parolai italiani favoleggiamo da anni), oltre all’obiettivo di un surplus fiscale dell’1 per cento di Pil, da conseguire non in un singolo anno ma lungo un intero ciclo economico, per poter disporre di uno strumento di stabilizzazione macroeconomica. Sembra keynesismo, è solo buonsenso. Venne anche fissato un tetto triennale alla spesa della pubblica amministrazione centrale, introdotto il vincolo di pareggio di bilancio per gli enti locali e riformato il sistema pensionistico. E fin qui, nulla di sconvolgente, almeno in astratto.

Quello che colpisce, dell’intero processo, è l’assenza di procedure formali di sanzione in caso di sforamento, oltre all’accettazione del principio della regola fiscale da parte di tutte le forze politiche, di maggioranza pro-tempore quanto di opposizione. L’antitesi dei meccanismi di controllo stabiliti in Eurozona. Alla base del successo dell’operazione, quindi, pare esservi una elevata adesione “culturale” all’iniziativa, che contrasta quindi fenomeni di free-riding e recriminazioni da gioco a somma zero che tanto conosciamo noi italiani ed europei quando si tratta di procedere ad una stretta fiscale. Come scrive Calmfors:

«Il sistema sembra fare affidamento su un alto grado di trasparenza fiscale che fornisce le basi per un dibattito di policy bene informato, alzando in tal modo i costi reputazionali per il governo che dovesse deviare dai propri obiettivi. La Svezia segna un alto punteggio negli indici di trasparenza basati su quantità e qualità dell’informazione prodotta dal governo e su una verifica indipendente di tale informazione»

Quindi, par di capire, il successo della Svezia nel perseguimento dei propri obiettivi fiscali si fonda non tanto su un fiscal compact quanto su un social compact, cioè trasparenza informativa da parte dell’esecutivo, sottoposto a verifica e controllo indipendente. Questa “adesione culturale” a quello che appare un obiettivo nazionale supera anche la frammentazione del quadro politico-partitico. Sono considerazioni da tenere presente, quando si valuta l’efficacia di un programma di consolidamento fiscale ma più in generale di una public policy. La variabile socio-culturale del paese è decisiva nel raggiungimento degli obiettivi. Il “controllo sociale” sostituisce quelli formalizzati, che per definizione sono aggirabili da contenziosi interpretativi della norma.

Tutto ciò premesso, e ferme restando incondizionata ammirazione ed invidia per la società svedese ed il sistema politico che la medesima esprime, Calmfors lancia una bella sassata in piccionaia quando specifica che questa stretta fiscale da manuale non ha condotto alla crescita, perché la determinante è stata altra:

«La Svezia ha combinato il proprio consolidamento fiscale negli anni Novanta con alta crescita della produzione, un episodio spesso citato come contrazione fiscale espansiva (Giavazzi e Pagano, 1996). Questa è una inferenza erronea (Consiglio di Politica fiscale, 2011). L’economia svedese è cresciuta grazie ad un forte deprezzamento del tasso di cambio reale. Nel 1991-1993, i costi del lavoro relativi sono scesi del 20 per cento. Ciò è stato dovuto soprattutto ad un deprezzamento del tasso di cambio nominale. Il risultato è stato una spinta alle esportazioni nette. L’effetto di stimolo così indotto, inclusi gli effetti moltiplicativi di secondo giro, ha consentito alla domanda aggregata di crescere nel periodo 1994-2000 malgrado il consolidamento fiscale»

Ecco qualcosa su cui riflettere: l’austerità (e le riforme supply side, che ci sono state e sono state profonde) hanno certamente innalzato il potenziale di crescita del paese, che tuttavia si è trasformato in crescita effettiva solo grazie ad un deprezzamento reale del cambio. Senza il quale il paese avrebbe necessitato di una deflazione interna a stipendi e pensioni che lo avrebbe messo in ginocchio, con alta disoccupazione.

Come concludere, quindi? Che l’esperienza svedese indica l’importanza della adesione culturale ad un programma di public policy, ma che senza una tradizionalissima svalutazione del cambio questa success story semplicemente non ci sarebbe stata. Motivo di riflessione per tutti i sacerdoti della religione della “contrazione espansiva” e della deflazione interna,  purtroppo per noi prigionieri dell’Eurozona.