Macromonitor – 3/6/2012

Alle forti e crescenti turbolenze causate dall’irresolutezza nella gestione della crisi dell’Eurozona, in costante aggravamento, si sta ormai sommando un’ampia revisione al ribasso delle prospettive di crescita globale.

Con negatività sui mercati rischiosi, in termini di prezzo e dati economici, le evidenze di posizionamento tratte dalle survey mostrano che gli investitori tattici in media non hanno ancora capitolato, essendo prevalentemente neutrali in termini di allocazione. Sembrano quindi non esservi ancora argomenti a favore di una chiamata di minimo di periodo anche se i premi al rischio, dopo gli ultimi ribassi, appaiono estremamente elevati.

Non è al momento possibile ipotizzare la transitorietà del rallentamento in atto, che ha indotto un forte calo delle quotazioni del greggio, che potrà quindi sostenere i consumi (almeno laddove non vi sia una fiscalità opprimente ed in crescita sui prodotti energetici). Anche l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche contribuirà a nuovi allentamenti monetari non convenzionali, più probabili nel breve termine negli Stati Uniti e nel Regno Unito, anche se il livello storicamente molto basso dei rendimenti mette in dubbio l’efficacia di ulteriori mosse espansive. In Eurozona, per contro, si ha l’impressione che tutto sia fermo almeno fino al 17 giugno, giorno delle nuove elezioni politiche in Grecia, mentre la possibilità di trasformare il fondo salva-stati ESM in banca (per potersi indebitare a leva con la Bce ed amplificare la propria potenza di fuoco) o addirittura (pur se si tratta di evento molto improbabile) in emittente di debito mutualizzato appare come minimo rinviata al vertice del 27-28 giugno. La Cina, inoltre, non sembra per ora intenzionata a procedere con uno stimolo fiscale di dimensioni rilevanti, cioè comparabili con quelle del recente passato.

In un simile contesto di mercato, in cui l’intensità della crisi tende ad innalzare le correlazioni tra attivi rischiosi e quindi a ridurre drasticamente l’efficacia della diversificazione, gli investitori sembrano aver scelto soprattutto di detenere posizioni lunghe sul dollaro e rifuggire dai ciclici e dai mercati azionari europei.

Sul mercato del reddito fisso, l’avvitamento della crisi dell’Eurozona e l’indebolimento congiunturale globale hanno agevolato nuovi minimi di rendimento nei mercati “sicuri”. Il titolo di stato biennale tedesco ha toccato anche rendimenti nominali lievemente negativi, mentre il debole dato del mercato del lavoro statunitense in maggio rafforza le attese per un nuovo allentamento monetario da parte della Fed. La Bce sembra essere divenuta più attenta a preservare la qualità del proprio bilancio, come mostra la temporanea chiusura delle proprie operazioni alle banche greche, nelle more della ricapitalizzazione di queste ultime, in settimana. La situazione di stallo in Eurozona apre la strada ad un allargamento degli spread, con rendimenti in calo nel nucleo centrale ed intermedio dell’area ed appiattimento delle curve di rendimento.

Sui mercati obbligazionari emergenti, continua la tendenza all’indebolimento dei cambi, causata da deflussi di capitali per generale aumento di avversione globale al rischio e taglio di tassi da parte delle banche centrali locali per contrastare l’indebolimento congiunturale in atto (questa settimana è stata la volta del Brasile). Il quadro d’insieme resta quindi piuttosto fragile e problematico per gli investitori in questo mercato anche se, a differenza del passato, molti gestori obbligazionari emergenti sembrano aver provveduto a coprire l’esposizione valutaria locale.

Sul mercato azionario, dopo il dato sull’occupazione, anche gli Stati Uniti entrano (o meglio, tornano) nel mirino come paese a rischio recessione, anche se al momento il maggiore potenziale di ribasso continua ad averlo l’Europa. Ciò spinge ad aprire o mantenere posizioni difensive lunghe sugli Stati Uniti e corte sull’Eurozona, oltre a sottopeso di ciclici, anche dopo i dati finali degli indici dei direttori acquisti in manifattura.

Sul mercato dei cambi, il dollaro ha concluso il mese di maggio con il miglior risultato mensile da un decennio, favorito dalla debole crescita di Cina e Brasile, oltre che dalle crescenti difficoltà indiane e dall’avvitamento della crisi europea. Tra le anomalie, il fatto che lo yen da inizio anno non si sia rafforzato malgrado i numerosi focolai di crisi globale (circostanza che di fatto rompe una antica e consolidata consuetudine), oltre al livello ancora piuttosto contenuto di volatilità dei cambi rispetto alle criticità in essere.

Le materie prime calano in modo vistoso in settimana, oltre il 4 per cento espresso in dollari, con segno negativo per tutti i settori. L’incertezza che avvolge l’Eurozona produce effetti sistemici, anche sulle aspettative dei mercati rischiosi. La recessione europea colpisce in modo rilevante la Cina ed il suo export, e la recente debolezza degli indicatori di attività cinesi pare confermare questo contagio e proseguire nella pressione ribassista soprattutto sui metalli industriali.

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