Giavazzi ed il moltiplicatore fisso ma confuso

Intervistato da Il Foglio, il professor Francesco Giavazzi torna sul concetto di moltiplicatore, oltre che sul differente impatto sul livello di attività esercitato da tagli di spese rispetto a aumenti di imposte. Nulla di inedito, ma alcune imprecisioni e la reiterazione di quelli che ormai appaiono dei luoghi comuni, anche piuttosto logori.

Per cominciare, onore al merito di Giavazzi, che si è accorto che tagli di spesa decisi a livello centrale finiscono col diventare aumenti di imposte a livello locale. Quindi delle due l’una: o si abolisce ogni e qualsiasi autonomia locale sui conti pubblici, oppure è difficile incolpare il governo di essere troppo incline a mettere mano ad aumenti di imposte rispetto ai tagli di spesa. Successivamente, richiesto di un giudizio sul “revisionismo” del Fondo Monetario Internazionale, che nell’ultimo World Economic Outlook fa una bella capriola affermando che, in questa crisi, i moltiplicatori sono molto alti e di conseguenza l’austerità finisce con l’essere autolesionistica (self defeating), Giavazzi argomenta:

«Il FMI fa riferimento al moltiplicatore delle tasse. Un loro aumento per far quadrare i conti, specie in una fase di crisi, deprime la crescita»

E’ probabilmente vero ma il FMI, quando usa il termine fiscal multiplier, si riferisce (controintuitivamente) al moltiplicatore della spesa pubblica, visto che quello delle imposte viene definito “tax multiplier“. La parole contano. Prosegue Giavazzi:

«L’effetto recessivo dei tagli di spesa, invece, è minimo, soprattutto in Italia, dove la spesa improduttiva è molta. L’effetto dell’austerità sulla crescita potrebbe addirittura essere rovesciato se i tagli fossero annunciati assieme a sgravi fiscali che sostengano la domanda e a liberalizzazioni che tengano alta la fiducia di consumatori ed imprese»

Ottima idea, ma definire “spesa pubblica improduttiva”, e comprendere preliminarmente la natura di questa crisi. Ipotizziamo di licenziare tutti o quasi i forestali siciliani e calabresi, qui ed ora. Questa, con elevatissima probabilità, è spesa pubblica altamente improduttiva, ma accade che sia anche domanda di consumi. In questo contesto economico, italiano ed europeo, qualcuno pensa razionalmente che l’effetto di questi licenziamenti sarebbe una sferzata di fiducia che si trasmette alla domanda, magari attraverso qualche miracolosa e ricardiana equivalenza? Ben diverso sarebbe il discorso se ci trovassimo in una “normale” recessione e non in una crisi finanziaria senza precedenti, in cui il credito non si trasmette più alla società, ed in un contesto in cui è in atto una stretta fiscale sincronizzata in tutta Europa.

Ancora una volta, Giavazzi argomenta come se fossimo in una “normale” recessione, circondati da partner commerciali che crescono e che pertanto ci aiuteranno ad uscire dal buco, se solo facciamo importanti (e comunque necessarie, sebbene non sufficienti) riforme dal lato dell’offerta, cioè al mercato del lavoro e dei prodotti. Di conseguenza Giavazzi sbaglia diagnosi, e con lui tutti quelli che insistono a negare l’esistenza di un problema di buco di domanda aggregata, in questo contesto, credendo che tutto cominci e finisca dal lato dell’offerta.

Quanto ai tagli di spesa che finanziano riduzioni di imposta, c’è qualcuno sano di mente e/o non comunista che sosterrebbe che tale approccio è sbagliato? Pensiamo di no ma nel contesto attuale, in cui ci sono buchi di bilancio da colmare, l’intera operazione è pressoché non fattibile. A meno di liberarsi del sentiero temporale di rientro in tempi stretti dal deficit, e forse neppure in quel caso. Nel frattempo, servirebbe convincere i tedeschi.

Per chi fosse interessato, suggeriamo un interessante studio di due ricercatori del National Institute of Economic and Social Research che dimostrano come, assumendo ipotesi di base di politica monetaria non in grado di compensare la stretta fiscale (sia tagli di spesa che aumenti di imposte), perché siamo in prossimità del tasso zero di politica monetaria (e perché è in atto un credit crunch, che mantiene molto elevato il costo dell’accesso al credito per l’economia), oltre che per effetto di situazioni di liquidity constraint indotto da alta disoccupazione (la gente non ha i soldi, per dirla in termini meno criptici), ogni stretta di finanza pubblica finisce con l’autoalimentare deficit e debito, rivelandosi self-defeating. Una cura letale, per dirla in sintesi.

Chiedetevi perché i risultati fiscali delle economie europee sono così sistematicamente (e drammaticamente) discosti rispetto alle previsioni, anche in paesi in cui si è tagliata finora soprattutto la spesa, eppure non è servito a granché. Tutti ignoranti che non seguono i sani precetti di Giavazzi e di alcuni altri economisti, intenti a togliere il mondo dalle tenebre dell’ignoranza, magari presentando programmi elettorali banalotti e very pop ma che con la realtà della situazione attuale, quella di una crisi finanziaria senza precedenti, c’entrano assai poco?

Ma non credete a noi, credete alla vendicativa realtà.

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