Italia sempre in forte ritardo nel taglio del costo del lavoro

Mentre noi italiani discutiamo animatamente (come sempre, del resto) su una riduzione del costo del lavoro di poche decine di euro, perché non ci sono le risorse e si conferma che il paese è avvolto in una crisi fiscale drammatica che ci sta incravattando, in Francia l’ex capo di EADS, Louis Gallois, ha consegnato oggi al primo ministro Jean-Marc Ayrault la lista di proposte per rilanciare la competitività francese. La principale, peraltro già orecchiata da molto tempo, prevede e richiede un taglio del cuneo fiscale dell’ordine di 30 miliardi di euro in un biennio, pari a circa l’1,5 per cento del Pil francese, ripartito per due terzi sulle imprese e per un terzo sui lavoratori.

Ora resta da capire con cosa verrà finanziato questo sgravio. L’ipotesi più ricorrente è un aumento dell’Iva, che peraltro riprodurrebbe lo schema classico della svalutazione competitiva di matrice fiscale, ma la misura non sarebbe evidentemente indolore, soprattutto per un governo come quello di François Hollande, che ha finora finto di avere in mano le soluzioni a problemi strutturali sempre più gravi, divenendo non casualmente l’idolo di una sinistra italiana ormai irrimediabilmente divorziata dalla realtà, oltre che economicamente sempre più analfabeta.

Nel frattempo, può essere utile osservare un grafico, elaborato dagli analisti di Credit Suisse su dati della Commissione europea, che mostra l’evoluzione della grandezza fondamentale per valutare la competitività di un paese: il tasso di cambio effettivo (cioè ponderato per i flussi commerciali), e reale, cioè deflazionato per il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o unit labour cost, secondo la terminologia anglosassone). Secondo questa grandezza, quasi tutti i PIIGS hanno fatto i compiti a casa, e anche con profitto, come si vede soprattutto nel caso dell’Irlanda.

Lo scolaretto che ha accumulato un rilevante debito formativo è purtroppo l’Italia, in cui il cambio effettivo reale è rimasto pressoché invariato anche in questi anni di tregenda. Serve tagliare pesantemente il CLUP italiano, quindi, oppure le nostre esportazioni verranno lentamente ma inesorabilmente strangolate. Ma come tagliare, concretamente, visto che non ci sono risorse fiscali per finanziare questo taglio? Mentre ci pensiamo, è utile ricordare che la via alternativa al taglio del costo del lavoro è quella di tagli alle retribuzioni nominali e l’annichilimento del sistema di contrattazione collettiva, sotto i colpi di una disoccupazione rapidamente crescente. Quando verrà quel momento, non ci sarà demagogo che potrà raccontarvela, ricordate.

Non sappiamo come andrà a finire ma un’idea ce l’abbiamo, purtroppo.

Update del 6 novembre –  Il governo francese decide di non decidere sulle misure di Gallois, e se ne esce con 20 miliardi di crediti d’imposta in un triennio, finanziati con una non meglio specificata “riduzione delle spese” (auguri), e con aumento Iva lieve sull’aliquota massima ma ben più robusto su quella intermedia, che colpirà soprattutto i ristoratori, quindi si attendono proteste e lobbying. Nessun intervento di ristrutturazione del cuneo fiscale, rinviato alla solita “riforma complessiva”. La Francia è in viaggio a grandi passi verso la resa dei conti.

unitlabour

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