Cancellare il debito?

Facciamo un rapido punto su dove ci troviamo oggi, dopo la rielezione di Barack Obama. Il mondo sviluppato (e non solo) è assediato dal debito, che cresce e continua a crescere senza sosta, perché la posizione fiscale delle maggiori aree economiche del pianeta resta in vario grado restrittiva e perché i sistemi bancari occidentali sono frenati o bloccati dall’esigenza (guarda caso) di ridurre il proprio leverage. Per questa via, quindi, il credito fluisce poco e nulla nelle vene del sistema economico, il quale si ferma. La crescita insufficiente del Pil ed il crescente nervosismo degli investitori sulle prospettive di rimborso di queste montagne di debito finiscono con l’autoalimentare il rapporto di indebitamento, a tutti i livelli.

Finora, la risposta “tradizionale” degli osservatori di formazione più o meno liberista è stata quella di ristrutturare i meccanismi di spesa pubblica nelle maggiori aree in cui la spesa si origina (sanità, previdenza, welfare in senso lato). Gli osservatori più naif hanno finito col credere (a furia di ripeterlo un giorno sì e l’altro pure) che il taglio di spesa pubblica fosse la risposta più lineare e (soprattutto) il proiettile d’argento per porre fine a questa dinamica di debito. Tale pensiero resiste tetragono sugli editoriali e nei dibattiti politici, ma ormai fallisce il confronto con la realtà.

Per ripagare il debito serve crescita, che tuttavia è inibita dalla stretta creditizia che proviene dalle banche. Un’alternativa illusoria e fallace al rimborso per via di crescita è quello del rimborso per dismissioni. Anche in questo caso, un simile approccio parte dal presupposto che in giro per il mondo esistano capitali sufficienti per alimentare un fiorente mercato di privatizzazioni. Questa posizione ignora il fatto che l’elevata incertezza globale esercita un effetto pesantemente depressivo sulle quotazioni degli asset, ed ignora anche che in condizioni normali gli acquisti di attivi patrimoniali avvengono attraverso un mix di capitale proprio e di debito. Se il reperimento di nuovo debito è inibito dalle condizioni del sistema creditizio, le transazioni non si chiudono, neppure a prezzi sacrificati. Senza contare che le vendite a prezzi fortemente sacrificati (dette fire sales) finiscono col destabilizzare il venditore sul piano patrimoniale, spesso accelerandone il dissesto ed il collasso finale.

Torniamo al punto, quindi: se la crescita è inibita e le dismissioni senza crescita sono una pia illusione in un quadro di persistenti esiti di crisi finanziaria, e se il debito si autoalimenta (come avviene oggi), e dato che pensare di risanare falciando sistematicamente le già lacere reti di protezione sociale non recupera risorse sufficienti al fine (ignoriamo per il momento le conseguenze sociali), che fare? Pensiamo a come si può ridurre l’onere del debito: col default, con una forte e prolungata perturbazione inflazionistica, con cancellazione graziosamente “ottriata” dal creditore, come tende ad accadere tra paesi del (fu) ricco Occidente e poverissimi stati africani.

Nel primo caso, questo tipo di esito sta venendo contrastato, a livello sovrano, dall’azione delle banche centrali. Se ciò accade, è perché vi è motivo di ritenere che un default sovrano, in paesi fortemente interconnessi sul piano finanziario ed economico, finirebbe col provocare una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità. Questo concetto non dovrebbe essere difficile da cogliere. Riguardo l’inflazione, ad oggi non ce n’è traccia perché gli agenti economici sono sufficientemente rassicurati dell’autonomia ed indipendenza delle banche centrali dal potere politico. Ma tale autonomia non è un dato acquisito una volta per tutte, e già si osservano pressioni vistose e crescenti dei governi sugli istituti di emissione per stimolare l’economia “costi quel che costi”, vedi gli attriti ormai pubblici tra la Bank of Japan ed il governo di Tokyo.

Settimane addietro è cominciata a circolare, a livello di provocazione intellettuale, l’ipotesi di una cancellazione del debito sovrano acquisito dalle banche centrali a seguito di operazioni di easing quantitativo (vedi questo post di Gavyn Davies). Ad oggi, lo stock di debito sovrano posseduto dalle banche centrali oscilla tra un decimo ed un quarto del totale. Una cancellazione di tale debito, che sembra rappresentare una partita di giro ma non lo è, equivarrebbe ad una impressionante iniezione di stimolo nell’economia ma con alta probabilità segnerebbe anche un disancoraggio forse fatale delle attese inflazionistiche, perché svilirebbe con effetto immediato la percezione della moneta come segno e simbolo di potere d’acquisto stabile. Ad oggi, invece, il fatto che esistano porzioni non trascurabili di debito pubblico possedute dalle banche centrali non svilisce la moneta, perché gli agenti economici sanno che anche il debito pubblico delle banche centrali dovrà essere rimborsato, con tagli di spesa pubblica e/o aumenti di imposte. Se questa certezza venisse meno, al valore della moneta potrebbe succedere di tutto, in termini assai poco piacevoli.

Ecco perché sarebbe utile prendere atto che, finora (come del resto qui si è previsto da subito) l’azione non convenzionale delle banche centrali per contrastare il crollo dei livelli di attività non è stata inflazionistica perché a nessuno è venuto in mente di usare le banche centrali per “stampare moneta”, contrariamente a quanto pensano alcuni. Ma l’azione di “stampare moneta” entrerebbe in scena drammaticamente nel momento in cui qualcuno pensasse di cancellare il debito sovrano posseduto dalle banche centrali. Ecco qualcosa su cui riflettere, per chi pensa che azioni monetarie non convenzionali ad oltranza siano sempre e comunque la risposta. Le cose non stanno così, ed i limiti sono quelli sopra illustrati.

Ma allora: se il debito cresce più della ricchezza prodotta; se pensare di risanare tagliando anche tutto il welfare è illusorio sul piano numerico, perché non sarebbe comunque sufficiente, se la contrazione prosegue; se pensare di ridurre il debito privatizzando nel bel mezzo di una crisi finanziaria è un miraggio; se cancellare il debito acquisito dalle banche centrali rischia di aprire il vaso di Pandora dello scardinamento del valore della moneta; come gestire questa inarrestabile marea montante di debito? A noi al momento difetta la fantasia, quindi non abbiamo risposte.

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