Non ci sono più le manovre correttive di una volta

La Spagna non ha bisogno di ricorrere ad alcuna manovra aggiuntiva nel 2013 perché le misure adottate assicurano il “potenziale per la crescita” (sic). Lo ha detto il ministro delle Finanze e dell’amministrazione pubblica, Cristobal Montoro, rispondendo nella sessione di controllo al Partito socialista, che accusa il Governo di avere attuato una manovra economica caratterizzata dal “flagello delle tasse”.

Montoro si è detto ottimista e ha difeso le misure prese nel 2012: “Il Governo sta facendo la cosa giusta. Le riforme economiche ci consentono di tornare al potenziale di crescita anche perché l’adeguamento strutturale è stato il più alto del mondo per un paese delle dimensioni della Spagna”.
Il ministro ha definito il 2012 “un anno eccezionale: gli aumenti fiscali erano necessari per evitare il collasso del Paese”, ha detto, ed hanno consentito maggiori introiti per 14 miliardi di euro.

Andiamo con ordine. E’ vero che la Spagna ha messo mano ad alcune riforme, come quella del mercato del lavoro. Ma come è possibile definire “riforme di struttura” un violento aumento di imposizione fiscale? Ah, a proposito: non c’è nessun Alesina-Giavazzi iberico a levare il ditino e sentenziare che no, non si deve alzare le tasse ma tagliare la spesa, ché poi dopo il Pil va in orbita? Però, chiediamocelo: perché sono state aumentate le entrate? Non è che, da qualche parte ed in qualche modo, esiste un ostacolo strutturale a tagliare la spesa? Perché è vero che la Spagna si caratterizza per una incidenza di pressione fiscale e spesa pubblica su Pil nel complesso contenuta, ma perché agire in modo prevalente dal versante delle entrate? Chiedetevelo.

Quanto alla frase di Montoro sugli “aumenti fiscali necessari per evitare il collasso del paese”, essa ricorda molto quanto letto ed ascoltato finora da noi. Forse sarebbe meglio riflettere su quella che appare come una risposta standardizzata e compulsiva dei governi alla crisi, ed evitare di ripetere ossessivamente la canzoncina del taglio di spesa che è meglio dell’aumento di entrate. Perché sarà certamente così, ma se non accade da nessuna parte occorrerebbe farci sopra una riflessione, no?

Quanto alla “salvezza” del paese, un think tank economico stima che il rapporto deficit-Pil spagnolo, a fine 2012, si sia posizionato al 7,3 per cento, con uno sforamento di un punto percentuale rispetto alla tabella di marcia concordata tra la Moncloa e Bruxelles, e rivista al rialzo due volte in corso d’anno. Quindi, riepilogando: una manovra fiscale folle, ottenuta in prevalenza dal lato delle entrate, Iva compresa; un’economia in condizioni disperate ma un riafflusso importante di fondi dall’estero, con relativo calo dello spread che serve a fare la ruota ma senza allentamento del credito, visto che il paese è sotto il tallone di un credit crunch da incubo, anche a causa di un livello di sofferenze bancarie stratosferico ed in crescita. Non è l’Italia, ma la Spagna. Ed è messa molto peggio di noi, in caso non si fosse capito. Eppure ve lo diciamo da molto tempo.

Eppure, non risulta che in Spagna (finora) ci sia stato un florilegio di pagliacci che producono slides in cui spiegano nei dettagli il complotto delle banche tedesche contro il loro paese, promettono di tagliare le imposte sulla prima casa aumentando le accise, vogliono firmare contratti con gli spagnoli, vogliono arrestare chiunque sia “sospettato” di essere un evasore, vogliono asili nido, quozienti familiari, crediti d’imposta su tutto ciò che si muove e respira, promettendo come copertura la vendita della famiglia reale ai giapponesi. E’ davvero un mistero, si direbbe. E le privatizzazioni, signora mia. Manco la Spagna riesce a vendere un chiodo arrugginito, non ci sono più le mezze stagioni.

A giorni la Ue dovrà decidere che fare di questi catastrofici conti pubblici. Discorso analogo per la Francia, che finirà con il guadagnare tempo senza essere finita sotto i riflettori per la sua crisi esistenziale ormai prossima a deflagrare. Finirà così: un anno di rinvio per tutti, sotto condizioni aggiuntive inesistenti, ed incrociamo le dita. E nel frattempo, facciamo queste maledette riforme “di struttura”. Di qualunque cosa si tratti, Iva esclusa.

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