Macromonitor – 7/4/2013

Azioni e materie prime segnano ribassi in settimana, mentre i titoli di stato recuperano a seguito di notizie deludenti provenienti da occupazione e manifattura statunitensi e dall’inazione della Bce, mentre la forte azione monetaria non convenzionale giapponese non esercita per ora impatto fuori dal paese.

I dati di mercato indicano una continua riduzione dei livelli di correlazione tra azioni e materie prime, ed all’interno delle singole classi di attivi. Ciò indica che i rischi sistemici pesano meno sull’andamento dei mercati, al di là di sporadiche fasi di nervosismo, che tuttavia tendono a rientrare in pochi giorni dal verificarsi dell’evento; i mercati sono mossi da temi specifici a singole regioni, settori o classi di attivi.

L’apparente indebolimento del mercato del lavoro non non dovrebbe condizionare negativamente il Pil statunitense del primo trimestre, anche per effetto di un maggior contributo alla crescita proveniente dal commercio estero. I mercati potrebbero tuttavia innervosirsi osservando che, negli ultimi tre anni, i dati macro del primo trimestre hanno prodotto tendenzialmente sorprese positive rispetto alle attese, mentre nei trimestri successivi è accaduto il contrario. Ciò viene posto in relazione a problematiche di destagionalizzazione dei dati del primo trimestre rispetto al secondo, causate dalla crisi.

L’azione monetaria non convenzionale del Giappone appare molto vigorosa e sorretta da volontà politica, oltre a rappresentare una importante discontinuità rispetto al passato, in termini di strumenti impiegati (titoli di stato di scadenza fino a 40 anni e non solo parte breve della curva, secondo uno schema simile a quello adottato dalla Fed). Anche così, tuttavia, l’obiettivo di portare l’inflazione al 2 per cento entro due anni mediante il raddoppio della base monetaria, appare molto ambizioso. La misura del successo dell’intera operazione dipenderà dallo stimolo alla crescita di lungo termine e dall’aumento di fiducia di imprese e famiglie, anche attraverso un incremento del ricorso al debito. Se l’economia giapponese tornerà a crescere in modo stabile e duraturo, peraltro, sarà fisiologico assistere a pressioni rialziste sullo yen. Un elemento di cautela a questo scenario è dato dalla struttura demografica del paese, con una elevata e crescente età media della popolazione che tende a deprimere fisiologicamente il potenziale di crescita.

In Europa, la persistenza di dati negativi di attività continua a rinviare l’appuntamento con la ripresa, oltre a deprimere le previsioni di crescita anche di Regno Unito ed Europa emergente. La “promessa” di Mario Draghi non è servita ad allentare le condizioni creditizie del settore privato nella periferia dell’Eurozona, mentre la politica fiscale resta ancora troppo stretta. Le istituzioni europee appaiono segnate dall’inazione, mentre il caos del salvataggio di Cipro ha rafforzato nei mercati il sospetto che manchi una capacità di risoluzione sistematica della crisi.

Sul mercato dei titoli di stato, la settimana ha visto gli opposti di una Bce ferma e di una Bank of Japan che ha sorpreso per aggressività della mossa di easing quantitativo, per ampiezza (equivalente a più dell’emissione netta di titoli di stato giapponesi nei prossimi due anni) e tipo di intervento. Circa le conseguenze dell’intervento, nell’immediato ci si attende nuovi minimi storici di rendimento per decennale e trentennale mentre, in caso di successo della manovra nell’innalzare le aspettative di inflazione, i rendimenti risaliranno in modo vistoso, ma probabilmente servirà molto tempo. Gli acquisti della BoJ con buona probabilità indurranno gli investitori giapponesi ad acquisti di obbligazioni estere, in caccia di rendimento. Di tali acquisti potrebbe beneficiare la periferia dell’Eurozona, se vi saranno condizioni favorevoli.
Negli Stati Uniti, il dato non positivo del mercato del lavoro a marzo potrebbe porre fine per il momento al dibattito in seno alla Fed su tempi e modi di riduzione degli acquisti di attivi.

In settimana, mercati azionari in ripiegamento, a causa soprattutto di dati di attività statunitense più deboli delle attese. Serviranno conferme del sospetto di una stagionalità sfavorevole nel secondo trimestre dell’anno, indotta (come detto sopra) forse da problemi di destagionalizzazione post-crisi. I mercati azionari emergenti soffrono per la stretta in atto in Brasile e Cina, in quest’ultimo caso sull’immobiliare. Gli esportatori asiatici soffrono anche per la perdita di competitività causata dal deprezzamento dello yen.

Sul mercato delle obbligazioni a spread, i deludenti dati statunitensi hanno causato un lieve allargamento dei differenziali. In Europa si è verificato un recupero dopo le ultime turbolenze, ed il rally dei titoli di stato ha spinto i rendimenti dei settori investment grade a nuovi minimi storici di tutti i tempi.

Sul mercato dei cambi, gli occhi restano puntati sul Giappone, perché le mosse della BoJ potrebbero finalmente indurre importanti deflussi di capitali da parte degli investitori domestici, accentuando il deprezzamento della valuta. Il cambio euro-dollaro potrebbe restare nel complesso stabile, malgrado la recessione in Eurozona, perché la Fed non è comunque prossima ad una stretta monetaria, e la bilancia dei pagamenti dell’Eurozona ha un forte avanzo. Inoltre, se gli investitori giapponesi preferiranno investire in titoli di stato esteri per ottenere rendimento, un mercato ad alto rendimento e molto liquido potrebbe essere quello italiano, e ciò determinerà afflussi verso l’euro.

In settimana, materie prime in forte arretramento su tutti i settori. In un mondo a crescita nel complesso modesta e con politiche economiche restrittive in alcuni importanti paesi emergenti, le materie prime faticano a trovare spunti rialzisti. Anche in questa classe di attivi si segnala la caduta delle correlazioni a livelli pre-crisi.

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