Il bagno di sangue intergenerazionale di Davide Serra

Nei giorni scorsi Davide Serra, fondatore e partner del fondo Algebris, basato a Londra, ha rilasciato una intervista a Stefano Feltri. In essa vi sono spunti interessanti ed altri piuttosto bizzarri, per usare un understatement. L’intervista in sé non sarebbe neppure rilevante, se Serra non fosse accreditato di essere il più mediaticamente visibile e sovraesposto advisor di Matteo Renzi, in queste settimane impegnato in una estenuante (e del tutto irrilevante, per i poveri sudditi) guerra di trincea procedurale con i vertici del Partito democratico, in attesa del congresso fantasma. E’ quindi utile analizzare il pensiero di Serra in materia di politica economica, non perché Renzi sia destinato a replicarlo pedissequamente, quanto per farsi un’idea di massima.

Serra osserva il tragico svantaggio competitivo delle imprese italiane nella struttura di costo, a causa del credito bancario ma anche per energia e costo del lavoro, segnatamente per l’elevato cuneo fiscale. E sin qui, nulla di inedito, inclusa la profonda sofferenza dei giovani, commentata da Serra con un criptico “la lotta intergenerazionale è devastante”. Quale soluzione, quindi? In una intensificazione della lotta medesima, secondo Serra:

«Abbatti le pensioni d’oro e quelle ordinarie, rendi licenziabili tutti quelli sopra i 40 anni. Così magari i giovani avranno una possibilità: costano meno e, lavorando, un domani potrebbero avere una pensione. Il mercato del lavoro è troppo rigido»

Andando per ordine: abbattere le pensioni d’oro è un discorso, abbattere anche quelle ordinarie è cosa differente. Le prime, come noto, hanno di recente beneficiato della protezione della Corte costituzionale, in base al dettame degli articoli 3 e 53 della nostra Carta fondamentale. A lume di logica, poco da contestare, secondo considerazioni di equità orizzontale: soggetti con lo stesso reddito finirebbero con l’essere assoggettati a differente prelievo, e la cosa è palesemente inaccettabile. Per risolvere la questione, il governo pare orientato a bloccare le indicizzazioni delle rendite pensionistiche più elevate.

Che dire, però, riguardo le pensioni “ordinarie”? Serra ha in mente una soglia di reddito oppure agirebbe con misure come il blocco delle indicizzazioni su tutti gli assegni pensionistici? Se il principio è quello di riallineare il rendimento delle pensioni ai contributi versati, è innegabile che le pensioni pagate col sistema retributivo puro hanno sinora goduto di benefici elevati. Ma tra esse vi sono anche assegni di 500, 600, 700 euro mensili: sicuri che il verbo “perequare” possa essere applicato anche a questi assegni? Noi avremmo qualche dubbio.

Ma la successiva frase di Serra è incomprensibile: “rendi licenziabili tutti quelli sopra i 40 anni. Così magari i giovani avranno una possibilità”. Voi in questo ragionamento non vedete un fumus di “modello superfisso“? Strano che un giovane brillante come Serra creda a simili “modelli”. Di certo, una “guerra generazionale” di questo tipo lascerebbe morti e feriti, non solo in senso metaforico. Il tutto tacendo rigorosamente di quale welfare apprestare (e con quali risorse) per gli over 4o licenziati per aver la colpa di essere “vecchi” e costare “troppo”.

Ma forse Serra si è spiegato male, non intendendo nulla del genere. Detto in termini meno rozzi, diciamo che si potrebbe utilizzare il contratto unico a tutele (e monetizzazione) crescenti nel tempo e il problema sarebbe gestibile, welfare a parte. Il concetto di meritocrazia di Serra è comunque inesorabile, sia al pubblico che al privato:

«Anche le aziende private sono piene di persone non più produttive e motivate, ma che non potranno essere licenziate. Ogni anno bisognerebbe mandare via il bottom five, il 5 per cento peggiore dei dipendenti. Non per ridurre il personale, ma per avere ricambio e un mercato del lavoro dinamico, con un sistema più efficiente con ammortizzatori fiscali mirati. Così tutti sono più motivati, va premiato il merito»

Che detta così è affascinante: si fa uno “stress test” umano e si caccia il 5 per cento “peggiore”, non è dato sapere in base a quale scala parametrale. Però l’idea è molto cool, potrebbe avere un seguito, soprattutto in un paese a selezione negativa come il nostro, dove quotidianamente si odono i ragli di somari cooptati da un sistema di compari assai poco meritocratici.

Altra proposta di Serra piuttosto suggestiva è quella sulla tassazione dei redditi di capitale, per liberare risorse da destinare al calo delle imposte dirette, oltre al solito mantra sulle province, che non guasta mai:

«(…) E aumentare le aliquote sulle rendite finanziarie, dal 20 fino al 30-35 per cento. Con quello che si ricava si abbassano Irpef e Ires. L’obiezione è sempre che così scappano i capitali all’estero. Facciamoli scappare, vediamo dove vanno. In tutto il mondo il capitale paga l’aliquota marginale. In Inghilterra pago il 40 per cento, perché qua solo il 20? In Italia se lavori sei tassato al 40 per cento, se hai un’azienda al 50, se investi i soldi il 20»

Questo punto è interessante. Tralasciamo la solita sciocchezza sulla apparente “discriminazione” nella tassazione tra reddito da lavoro e da capitale, visto che qualcuno dovrebbe ricordare a Serra che il risparmio è reddito disponibile sottratto al consumo, cioè già tassato a monte. Ma Serra parla di tassazione ad aliquota marginale, cioè di mettere tutti i redditi, di lavoro e di capitale, in dichiarazione dei redditi, similmente alla nostra antica proposta di “patto repubblicano”, che prevedeva una franchigia calibrata in funzione di un tasso di rendimento “normale” delle attività finanziarie.

Questa sarebbe una proposta già più interessante, a ben vedere. Anche se Serra la frammenta e frantuma con “regimi speciali”, ad esempio sui titoli di stato, che dovrebbero restare esclusi dalla tassazione ad aliquota marginale per esigenze di classamento di debito pubblico. Per la serie, ogni regola trova la propria deroga e le chiacchiere impazzano, Serra troverebbe rapidamente qualcuno più puro di lui pronto a sostenere che, così facendo, si avrebbe uno spiazzamento per via fiscale del finanziamento delle attività produttive, e avrebbe pure ragione.

Tra le altre elucubrazioni del money manager, vi è l’ormai classica richiesta di legare i compensi dei manager a risultati di lungo termine, il che significherebbe, nel caso delle banche, erogare dei bond di tipo co.co, quelli che diventano carta straccia (o azioni della banca) in caso l’istituto vada in dissesto.

Che sintesi al Serra-pensiero, quindi? Che propugna una sanguinosa “lotta intergenerazionale” pur avendo scarsa consapevolezza delle conseguenze, e che cerca in modo piuttosto timido di promuovere una tassazione “universale” ed armonizzata di tutte le fonti di reddito, pur se con contraddizioni che rischierebbero di fare implodere l’intero edificio. Quanto al mercato del lavoro, è palese l’idea di scatenare una enorme deflazione salariale che comunque è scritta nel nostro destino, come vi ripetiamo da sempre.

Renzi darà seguito a queste “rivoluzionarie” proposte o preferirà interventi al margine, ammesso e non concesso che riesca a sopravvivere politicamente alla carta moschicida del suo partito? Non è dato sapere, e neppure ci interessa. Quello che interessa, al momento, è aver passato del tempo col passatempo quattro stagioni di un paese morente, le riforme epocali. Uscendone con il convincimento che, a volte, anche i nuovi dei del money management riescono a dire banalità.

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