Le sette inani

Il nostro paese, per motivi che dobbiamo indagare, mostra una elevatissima propensione a bersi ogni idiozia gli venga propinata, e ad elevarla a verità indisputata, attribuendo di conseguenza alla realtà ed al suo giubbetto antiproiettile (d’argento) ogni scacco nel raggiungimento della felicità. Ognuna di queste argomentazioni risolutive ha dei sostenitori molto combattivi, alcuni al limite della trance agonistica, il cui risveglio è quindi sempre piuttosto ruvido. A volte il risveglio manco avviene, visto che una razionalizzazione a posteriori si trova sempre.

Qualche esempio minimale di queste robuste credenze, senza pretesa di esaustività.

Se abolissimo i costi della politica il paese sarebbe risanato – I grillini si esaltano per il loro Restitution Day, ne hanno certamente motivo di orgoglio, non foss’altro per avere mantenuto una importante promessa elettorale. Se tutti i partiti facessero come loro, rinunciando alla quota di finanziamento pubblico…Beh, si: se tutti i partiti facessero come loro, avremmo un risparmio annuale di un paio di miliardi di euro (dato onnicomprensivo riferito al 2012). Che in un paese che, solo quest’anno, realizzerà un deficit pubblico tra i 40 ed i 45 miliardi di euro è certamente un segnale, di cui De Coubertin sarebbe stato orgoglioso. Naturalmente, ci sono anche altri tipi di costi della politica da aggredire. Ad esempio, ci sono le consulenze specialistiche. Ops. Oppure c’è la corruzione. Ecco, potremmo cartolarizzare i proventi da corruzione e collocarli sui mercati, potremmo fare incassi stellari, se solo trovassimo qualcuno disposto a comprare. Poi c’è l’evasione fiscale: potremmo arrestare tutta la popolazione, dietro sospetto di evasione con inversione dell’onere della prova, e rilasciare i sospetti dietro pagamento di un ticket simoniaco. Pensiamoci.

Se privatizzassimo le aziende statali quotate i benefici sarebbero imponenti – Vediamo: Eni capitalizza quest’oggi circa 60 miliardi di euro. Il suo maggiore azionista è la Cassa Depositi e Prestiti, col 26,37% del capitale, seguita dal Tesoro col 3,93%. Circa il 52% delle azioni è flottante. Occorrerebbe trasferire al Tesoro la quota di CDDPP e metterla in vendita. Il prezzo dovrebbe ovviamente includere il premio di controllo. Ipotizziamo che tale premio sia del 50%, ed otterremo un valore del pacchetto di Eni intorno ai 27 miliardi di euro. Non male, sarebbe circa la metà del nuovo deficit pubblico previsto per quest’anno, non trovate? Il fatto che Eni abbia un dividend yield del 6% circa, a fronte di un costo medio del debito pubblico italiano di circa il 4,5% è un dettaglio. Di certo da qualche parte ci sarebbero imponenti benefici dalla cessione, ed il sistema ne sarebbe poderosamente beneficiato.

Per Enel il valore di capitalizzazione, ad oggi, è di 22,6 miliardi di euro, l’azionista di controllo è il Ministero dell’Economia, col 31,24%, il dividend yield corrente supera il 6%. Diciamo altri dieci miliardi di introito, premio di controllo incluso? Ottimo, siamo quasi vicini a colmare il deficit pubblico aggiuntivo previsto per il 2013. Per abbattere lo stock di debito ci attrezzeremo.

Compagni di sventura che sbagliano – A scanso di equivoci, meglio premetterlo: l’euro ci ha messo una corda attorno al collo: è un disastro non mitigabile, sinché l’assetto istituzionale dell’Eurozona resterà questo. Eppure, ancora nessun paese è uscito dalla moneta unica, mentre da gennaio del prossimo anno vi entrerà la Lettonia, come diciottesimo membro. Dovremo rinviare il nostro esperimento in vivo, c’è poco da dire e da fare. Puntavamo su Cipro come primo uscente, ma laggiù nulla si muove. Nella devastata Grecia neppure. Anzi un sondaggio pubblicato ieri per l’edizione domenicale del quotidiano Ta Vima mostra che due terzi degli intervistati vogliono che il paese resti comunque nella moneta unica, contro il 24% che vorrebbe il ritorno alla dracma. Molti altri sondaggi danno esiti simili, di certo si tratta di un complotto. Interessante anche il fatto che Syriza, il maggiore partito greco di opposizione, guidato dal giovane Alexis Tsipras, nel proprio recente congresso fondativo-federativo della sinistra, abbia deciso che  il paese deve restare nell’euro. Meglio dedicarsi a minacciare di chiedere le riparazioni di guerra alla Germania, nel frattempo. In Portogallo, dove hanno finito anche le lacrime, la percentuale di chi vuole restare nell’euro è simile a quella greca. Evidentemente, tutti questi popoli non leggono i social network in lingua italiana perché, se così fosse, avrebbero già preso la decisione che salverebbe loro la buccia.

Ma noi non disperiamo: in una notte di luna piena, quando tutti i Piigs (e non solo loro) avranno deciso di uscire dall’euro, dopo aver messo l’esercito davanti alle banche per impedire che cittadini antipatriottici accorrano per ritirare i propri risparmi denominati in euro, inizierà la Grande Rimonta: tutti i paesi, dopo aver ritrovato l’agognata sovranità monetaria, svaluteranno a perdifiato le proprie valute nazionali, ed i problemi saranno risolti. Per eccesso di entusiasmo (e di svalutazioni) si scateneranno sanguinose guerre commerciali nella ex Eurozona, con conseguente protezionismo conclamato ma che volete che sia, di fronte alla ritrovata libertà. Noi abbiamo la funesta sensazione che l’euro sia e resti una trappola mortale, ma certamente “in letteratura” deve esserci una rassicurante risposta anche a questo irrazionale timore.

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