Il creditore privilegiato di un cumulo di rovine

Ennesimo psicodramma per la tragedia greca: non sarà l’ultimo. Il Fondo Monetario Internazionale si è messo di traverso ancora una volta, dopo i recenti e crescenti segnali di nervosismo (o di risveglio alla realtà) che lo stanno portando in rotta di collisione con la Ue.

Più che l’ultima stima del Fondo, che vede per la Grecia un buco da 11 miliardi di euro a fine 2015, che potrà (forse) essere colmato in qualche modo, magari (come si ipotizza in queste ore) usando parte dei residui delle erogazioni per ricapitalizzare il sistema bancario greco, il punto è che il Fmi ritiene, sulla base delle proprie previsioni, che potrebbe essere necessaria una svalutazione dello stock del debito greco verso la Troika, per raggiungere l’obiettivo del rapporto debito-Pil al 2020, poco sopra il 120%.

O meglio, non verso la Troika ma verso la Troika escluso il Fondo, che ribadisce di essere il creditore privilegiato dei creditori privilegiati, e quindi rivuole i propri soldi. Poiché, inoltre, altro articolo di fede è che la Banca centrale europea non debba e non possa subire perdite sui titoli di stato da essa posseduti, ecco che per esclusione l’eventuale haircut finirebbe tutto addosso ai paesi creditori dell’Eurozona.

E c’è di più: il rappresentante del Brasile (e di altri dieci paesi) nel board del Fmi, Paulo Nogueira Batista, è sbottato ieri (ed il suo governo ha dovuto metterci una bizzarra pezza diplomatica) sostenendo che previsioni e tempistica di crescita restano “un’illusione”, e che il costante peggioramento della condizione del paese, dopo anni di randellate, sta minando la fiducia della popolazione in manovre di questo tipo. E’ certamente così, allo stesso modo in cui, se un paese continua ogni anno a cumulare nuovo debito, e le stime di ripresa vengono sistematicamente spinte più in là, il giorno della resa dei conti può solo avvicinarsi.

Sappiamo che i tedeschi rifiutano anche solo di ipotizzare la “ristrutturazione” del debito greco, cioè il default, perché questo finirebbe in testa ai conti pubblici di ogni paese dell’Eurozona. E quindi, come finirà, se la ripresa greca dovesse ulteriormente tardare? Potrebbe finire col seguire quanto già fatto in occasione del precedente salvataggio, in cui vennero allungate le scadenze ed abbattuto il tasso d’interesse. Il problema è che oggi il tasso è già molto basso (anzi, è prevista pure una “vacanza” di dieci anni nel pagamento degli interessi da parte di Atene), e la sua soglia minima, non dichiarata esplicitamente ma maledettamente cogente, è il costo al quale la KfW tedesca (la consorella della nostra Cassa Depositi e Prestiti) si indebita sui mercati. Ma questa sarebbe solo una amabile finzione, dovendo prendere in considerazione un ulteriore allungamento della scadenza dei prestiti.

Alla fine, i creditori sovrani della Grecia si ritroverebbero con qualcosa di simile ad uno zero coupon in perpetuità, o quasi. E’ la stessa logica dell’extend and pretend (detto anche delay and pray) che tiene in vita le banche zombie che prestano a debitori altrettanto zombie. E comunque, ribadiamolo alla nausea: se il Pil nominale greco non arriverà a crescere almeno quanto il costo di tale debito, la trappola del debito non verrà disinnescata. Visto che il costo del debito greco sta tendendo allo zero, avere una crescita nominale del Pil pari a zero sembrerebbe un gioco da ragazzi. Ma anche no, evidentemente. Persino la forma estrema di repressione finanziaria (a danno dei creditori) fallirebbe, in assenza di crescita.

Se ci pensate, se il Pil nominale greco si riduce, servirebbe un costo del debito negativo per egual misura. Cioè, servirebbe una decurtazione del valore nominale del debito greco. E si torna al via. Considerazioni analoghe valgono per il Portogallo, che sta letteralmente affogando, anche ora che la coalizione di governo ha fatto pace, non è chiaro su cosa, si tende a non parlarne più.

La morale è che i paesi dell’Eurozona restano come alpinisti in cordata; che nessun paese dell’Eurozona è un’isola felice; che la Germania pagherà caro, molto caro, per questa situazione, ed il cartellino del prezzo lieviterà quanto più tempo passerà in questo avvitamento; che il default della Grecia è già nell’ordine delle cose, e che si cercherà di salvare la forma (elettorale) con contabilizzazioni fantasiose dei crediti dei paesi dell’Eurozona. Ripetiamolo, ché non fa male: la Germania sta pagando e pagherà, per questa situazione. Sia che l’Eurozona sopravviva, sia che si disintegri, con ritorno a valute nazionali. Ora la domanda, per quanto ci riguarda, è una sola: quanto tempo impiegherà l’elettorato tedesco ad accorgersi di questa realtà? E dopo essersene accorto, che farà, oltre a prendere atto che il destino cinico e baro gli ha mandato in dono una nuova e gigantesca DDR, che però non parla tedesco?

P.S. Se vi piacciono i racconti di fantascienza cospirazionistica, qui ne trovate uno perfetto per l’ombrellone: narra di una Germania che fa le valigie per trasferirsi in Asia, buttando a mare l’Europa. Ma fate attenzione all’ombrellone, mi raccomando: i colpi di sole in questo periodo dell’anno possono avere conseguenze molto serie.

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