Problemi di vicinato monetario

Polemica velenosetta tra gli Stati Uniti, nelle persone di alcuni dei governatori della Federal Reserve, ed esponenti di paesi emergenti durante e dopo i lavori del simposio annuale di Jackson Hole. Oggetto del contendere sono i timori dei paesi emergenti e del Fondo Monetario Internazionale circa l’impatto sui paesi emergenti della fuoriuscita degli Stati Uniti dall’era del denaro facilissimo. Da qui le richieste alla Fed di “tenere in considerazione” tale impatto a livello globale, sino al limite di un eventuale coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche. La risposta, piuttosto corale, degli uomini della Fed è del tipo “sono problemi vostri”.

Le repliche sono piuttosto ruvide, in effetti. Il presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard, dice che la banca centrale americana “non prenderà scelte di policy basandosi solo sulla volatilità dei mercati emergenti”, mentre il presidente della Fed di Atlanta, Dennis Lockhart, ricorda che la Fed è “creatura legale del Congresso degli Stati Uniti e che l’unico mandato che la riguardi sono gli interessi degli Stati Uniti”. Sia Lockhart che Bullard mandano a dire ai paesi emergenti che i medesimi devono prendere atto di quanto accade negli Stati Uniti, ed adeguarvisi, usando la propria politica monetaria. Parole molto chiare, rese ancora più sapide dalla considerazione di Bullard, che ricorda che i paesi emergenti si lamentavano quando la Fed allentava la propria politica monetaria e si lamentano oggi, che siamo forse all’inizio del punto di svolta.

In effetti tutti ricordano ancora le parole dure del ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, che ebbe a parlare di “guerra valutaria” a seguito delle politiche non convenzionali della Fed, ed introdusse una tassa per investimenti esteri in Brasile, al fine di frenare gli afflussi di “denaro caldo” in cerca di rendimenti. Ma chi ha ragione, in questa disputa?

La posizione degli esponenti della Fed è comprensibile, visto che il tema rischia di scivolare molto rapidamente (se già non è accaduto) nelle agende di politica estera, e chiedere alla Fed di fare pure politica estera è forse un po’ troppo. Allo stesso modo, tuttavia, anche dire ai paesi emergenti “affari vostri, arrangiatevi”, è risposta troppo sbrigativa. Dalla Fed si è fatto notare ai paesi emergenti che il problema non esisterebbe se il cambio fosse lasciato libero di apprezzarsi. In tal modo, è il sottinteso, i paesi emergenti sarebbero costretti a fare i “compiti a casa” di fronte alla perdita di competitività, ristrutturando le proprie economie. Come si nota, c’è sempre qualcuno che deve fare i compiti a casa, da qualche parte del globo.

Il problema è che, se da un lato è vero che i paesi emergenti non sono sinora apparsi piuttosto motivati a ristrutturare le proprie economie, anche perché la politica è politica a tutte le latitudini, ed avere un bel boom di credito non dispiace a nessun governante, che mai si sognerebbe di frenarlo, è parimenti vero che la velocità dei flussi finanziari globali è tale da essere incompatibile con i tempi della politica e (diciamola tutta) della democrazia. Questo è un dato di fatto, inutile girarci intorno. Pensate al Giappone ed alle famose “tre frecce” di Shinzo Abe: stimolo fiscale molto old style (fatto), espansione monetaria non convenzionale estremamente aggressiva (fatto), ristrutturazione dal lato dell’offerta del sistema economico giapponese (arriverà, ma non è dato sapere quando). Nel frattempo, cambio fortemente deprezzato e benefici da commercio estero immediati, ché del doman non vi è certezza.

Sempre a Jackson Hole, alcuni economisti hanno presentato dei paper in cui si suggerisce ai paesi emergenti di controllare gli eccessi di liquidità attraverso vigilanza e regolazione dei sistemi bancari, frenando il credito facile, sempre ammesso e non concesso che la politica sia d’accordo. A naso, potrebbe servire, anche se forse non sarebbe risolutivo.

Cosa ci aspetta, dunque? Non ne abbiamo idea, ovviamente: sappiamo, per esperienza storica, che il combinato disposto di rialzo dei tassi d’interesse sul dollaro e di indebolimento delle materie prime (che deriva dal rialzo medesimo), è di solito un mix tossico per i paesi emergenti, e che questi paesi oggi hanno una massa economica tale da non poter essere ignorati nelle valutazioni di scenario economico globale. L’impressione è che lo stimolo monetario verrà rimosso anche in presenza di dati economici americani non esaltanti, perché in questo momento il timore più o meno inconfessato è quello che nel sistema finanziario americano siano presenti pericolose bolle. Solo che, così facendo, si rischia di indurne lo scoppio e non il pacifico sgonfiamento.

Tempi molto complessi, ma questa non è esattamente una notizia.

P.S. Attenzione a Italia e Spagna, che in questo momento sono i “paesi emergenti” dell’Eurozona, in quanto paesi ad alto rendimento. Se i tassi prendono a salire, avremo robuste emicranie, che qualcuno tenterà inutilmente di lenire chiedendo di fermare il mondo per consentire la discesa o magnificando le virtù terapeutiche della cancellazione dell’Imu prima casa. A volte, neppure essere gli scemi del villaggio globale mette al riparo dalla resa dei conti.

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