Illusioni, soluzioni, scorciatoie, traumi

Intervista del vostro titolare ad Advise Only sulla situazione italiana: come siamo arrivati sin qui, cosa potrebbe aspettarci proseguendo su questa traiettoria (spoiler: nulla di buono), chi guadagna dalla attuale condizione italiana, cosa il nostro paese potrebbe realisticamente fare per venirne a capo, e la solita domanda da un miliardo di euro.

Advise Only – La situazione occupazionale spinge molti Italiani, giovani e meno giovani, ad andare all’estero. Lo stesso dicasi per tanti imprenditori, soffocati da tasse e burocrazia, oltre che da una domanda debole. Com’è possibile che l’Italia sia riuscita a passare dalla relativa posizione di prosperità e leadership industriale guadagnata nel Dopoguerra  ad una situazione di desertificazione economica? Saremo un esempio di “Nuovo Terzo Mondo” consegnato ai libri di storia?

Mario Seminerio – Ci siamo riusciti attraverso una serie di errori della nostra cosiddetta classe dirigente, come l’incapacità di innovare, di ristrutturare economia ed istituzioni, di ascoltare i segnali provenienti dall’esterno e, di conseguenza, attraverso un patologico ripiegamento sulle nostre dinamiche di potere interno. Abbiamo avuto, ed abbiamo, una “classe dirigente” che ha preferito il saccheggio alla crescita, in una visione di profonda diffidenza tra gruppi di potere e di interesse ed una corporativizzazione malata, che ha usato denaro pubblico per mantenere coesione. Quello che siamo oggi è il risultato di questa “filosofia di vita”.

AO – La BCE ha eretto un muro di cinta intorno all’euro zona (e quindi anche all’Italia), che consente all’establishment italiano di non riformare, mantenendo in coma farmacologico il nostro Paese, evitare il default e restare nell’euro: ma quanto a lungo può durare questo equilibrio precario?

MS – Come ho spiegato nel mio libro, “La cura letale”, pubblicato giusto un anno addietro e che resta ancora del tutto attuale in diagnosi e prognosi, se non riusciremo a mutare la traiettoria, ci aspetta un progressivo impoverimento, fatto di una costante ed inesorabile “compensazione” tra debito pubblico e ricchezza privata. Il crescente utilizzo di un’imposizione di tipo patrimoniale finirà col sottrarci quanto accumulato nelle generazioni precedenti. Il fatto che l’Italia abbia una condizione demografica svantaggiosa, in termini di progressivo invecchiamento della popolazione, non fa altro che aumentare la probabilità di giungere a questo esito di spoliazione ed impoverimento.

AO – Chi ci guadagna da questo stato delle cose in Italia?

MS –  Forse qualcuno pensa di guadagnare perché riesce, più o meno illusoriamente, a mantenere le proprie posizioni relative: la realtà è che l’Italia è impegnata da anni, e sempre più, in un gigantesco gioco a somma minore di zero in cui perdono tutti. Tranne, forse, chi è talmente ricco da poter agevolmente spostare il baricentro dei propri interessi economici (e la propria ricchezza) fuori dal Paese.

AO – Stando al mercato dei CDS, i derivati che consentono di “assicurarsi” contro i rischi di fallimento, la probabilità di default dell’Italia nei prossimi 3 anni è circa 11%: secondo lei dobbiamo essere più ottimisti o pessimisti di così?

MS – Di solito non guardo simili metriche, perché troppo condizionate dalle tendenze di breve e brevissimo termine dei mercati finanziari. Se dovessi dire la mia, anche in base a quanto detto sopra circa la progressiva spoliazione patrimoniale della società italiana che è in atto direi che, sul piano dei numeri, il processo di impoverimento sarà lento.

AO –  La teoria del “torniamo alla lira e tutto si aggiusterà”: significa vederci lungo, perché volenti o nolenti l’Italia sarà spinta al margine dell’Unione Monetaria e quindi tanto vale governare il processo? Oppure si tratta di una visione miopica che trascura i rischi di un’uscita dall’euro?

MS – Il rischio d’implosione traumatica e di collasso della moneta unica esiste certamente, se le tendenze attuali di “non-governance” dell’euro zona proseguiranno. Per questo non vedo grandi possibilità di “governare” il processo. Mi pare del tutto irrealistico pensare che i membri dell’euro zona si mettano attorno ad un tavolo e, nottetempo, decidano un’ossimorica “dissoluzione ordinata” e concertata dell’Unione Monetaria. Al momento direi che conviene osservare se, quando e come vi saranno uscite di singoli Paesi. Per ora non sta accadendo e debbo confessare che avrei assegnato all’uscita di Cipro dall’euro, la scorsa primavera, una probabilità piuttosto elevata. Non è accaduto, chiediamoci il perché. Forse si tratta di un banale calcolo spannometrico dei costi-benefici di uscita da parte dei governi coinvolti.

Mi pare solo il caso di segnalare, inoltre, che il possesso di una propria valuta è condizione necessaria ma non sufficiente per uscire da una crisi del debito senza farsi del male. Basti pensare al populismo demenziale della leadership argentina, che ha dissipato rapidamente i benefici del default del 2001 ed ora si trova a gestire un disastro che attende solo di accadere, in una galleria di orrori di politica economica sui quali si potrebbero scrivere libri. Oppure alla situazione dell’Islanda, elogiata da tanti sprovveduti e disinformati commentatori di casa nostra: lo stato-isola scandinavo possiede una propria valuta ma, a causa dei controlli di capitale successivi al collasso del proprio sistema bancario, nel 2008, è letteralmente prigioniera di sé stessa, in un clima di malessere economico che si sta accentuando col trascorrere del tempo. Ultima considerazione: i sondaggi europei continuano a vedere, nei Paesi membri dell’euro zona, un sostegno alla moneta unica tra il 60 ed il 70%. Bizzarro, sembra qualcosa di simile alla “Sindrome di Stoccolma”, sicuramente è un dato con cui fare i conti politici. Persino nella martoriata Grecia il principale partito di opposizione, Syriza, ed il suo leader, Alexis Tsipras, non ritengono che la soluzione sia l’uscita dall’euro.

AO – Quali sono secondo lei le migliori carte che, realisticamente, l’Italia si può giocare nei prossimi 12 mesi per rimettersi in carreggiata?

Non sono moltissime. Cercare alleanze europee per produrre uno stimolo comunitario di domanda aggregata. Sfruttare l’ipotetica ripresa globale (ancora debole ed incerta) per compiere una vera ristrutturazione della propria economia in termini di liberalizzazioni dei mercati del lavoro e dei prodotti. Compiere ogni sforzo possibile per reperire risorse ed abbattere il cuneo fiscale, perché se non facciamo questo, l’alternativa saranno tagli delle retribuzioni nominali ed una catena di fallimenti privati che rischiano di portare a destabilizzare, progressivamente, anche il debito sovrano. Quello che non andrebbe fatto, di certo, è perseguire questa politica disfunzionale fatta del feticcio del 3% di deficit/PIL da raggiungere con logica miope e provvedimenti disfunzionali. Anche per questo sono e resto pessimista sulla reale possibilità di evitare il peggio.

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