Banche europee, inizia l’era del conto a carico dei privati

Il responsabile delle previsioni economiche della Bce (e membro del board), Peter Praet, nel corso di una intervista al Financial Times ha ipotizzato che l’istituto di Francoforte richieda degli accantonamenti di capitale per i titoli di debito sovrano posseduti dalle banche commerciali. In questa ipotesi, per il nostro paese sarebbero guai seri.

Poiché i debiti sovrani non sono esenti da rischio, è l’assunto, le banche che investono in essi dovrebbero dotarsi di accantonamenti patrimoniali adeguati, esattamente come si fa per i prestiti a famiglie ed imprese. Da un lato ciò determinerebbe maggiore realismo nella valutazione della rischiosità degli attivi bancari ma dall’altro finirebbe con l’accentuare effetti collaterali piuttosto rilevanti, modificando tutto l’attuale sistema di incentivi. Le banche commerciali non avrebbero più convenienza ad indebitarsi al vantaggioso tasso della Bce e ad utilizzare i proventi di tale indebitamento per comprare titoli di stato. Ma questo non vorrebbe affatto dire che, da quel momento, le banche tornerebbero a prestare a famiglie ed imprese.

Questa posizione riflette quella di Jens Weidmann, presidente di Bundesbank, secondo il quale i debiti sovrani, nel medio termine, dovrebbero essere trattati a fini di rischio come obbligazioni societarie. In passato, il quadro regolatorio di Basilea II consentiva ai governi nazionali di fissare la ponderazione di rischio per il proprio debito sovrano, circostanza che tendeva a risolversi nell’assegnazione di rischio nullo. La posizione di Weidmann non è irragionevole ma, come sempre, est modus in rebus, e le transizioni vanno gestite, perché sono maledettamente reali ed a volte letali.

L’effetto di una simile norma potrebbe essere quello di indurre le banche a liberarsi di titoli di stato e non sottoscrivere le nuove aste, con effetti potenzialmente esplosivi sul classamento del debito pubblico. Ma questo è solo uno scenario estremo, ovviamente: tutto dipende dalle modalità di implementazione di una simile norma. E peraltro, oggi Mario Draghi si è già mosso sconfessando la posizione del weidmanniano Praet, e dichiarando che “la ponderazione per il rischio non è compito della Bce o di questo momento”. Braccio di ferro sempre più palese.

Nel frattempo sarebbe stato raggiunto un accordo tra parlamento europeo e stati membri Ue sul trattamento delle banche in dissesto. La Banking Recovery and Resolution Directive prevede l’anticipo al 2016 del nuovo regime, basato sul principio che la copertura delle perdite di banche insolventi peserà, nella maggior misura possibile, sugli investitori privati e non sui contribuenti. Prevista la protezione dei depositanti assicurati, cioè di quelli sotto i 100.000 euro, e la nascita di un fondo di risoluzione bancario, da mandare a regime su un arco temporale decennale, finanziato dagli istituti (e quindi con oneri che ricadranno fatalmente sui clienti) per l’1% del totale dei depositi assicurati.

Nella procedura di bail-in potranno essere coinvolti anche gli obbligazionisti senior, come richiesto dalla Germania e del blocco dei paesi del Nord Europa. L’accordo prevede che, prima di usare il fondo di risoluzione, sarà obbligatorio procedere all’abbattimento di almeno l’8% delle passività della banca coinvolta. Dopo aver applicato il bail-in minimo dell’8%, gli stati nazionali potranno fare ricorso al fondo di risoluzione (alimentato dai versamenti delle banche) o a fondi pubblici per ricapitalizzare la banca o proteggere altre categorie di creditori ma solo dietro autorizzazione di Bruxelles e comunque entro la soglia del 5% delle passività totali della banca. Ciò significa che, nei casi più gravi di dissesto, serviranno dei bail-in ben superiori al minimo dell’8%.

La sintesi, dietro le tecnicalità, è che resta la linea nazionale di risoluzione delle banche in dissesto ma, viste le crescenti pressioni per spezzare il legame banco-sovrano, il futuro prevede che a pagare il conto saranno soprattutto i risparmiatori-investitori privati, in primo luogo tutti gli obbligazionisti e poi i depositanti non assicurati. Le nazionalizzazioni bancarie diverranno molto più difficili, e con esse anche le ricapitalizzazioni prudenziali (con soldi pubblici) di banche che hanno coefficienti patrimoniali entro la norma. Anche in questo caso, comunque, l’orientamento è quello di far pagare preventivamente almeno gli obbligazionisti subordinati. Soprattutto, l’ipotesi di usare fondi comunitari come quelli dell’ESM per operare salvataggi bancari diviene sempre più remota, e di fatto si dissolve.

Nel frattempo, in Austria c’è un buco nero bancario di nome Hypo Alpe Adria, che ha debiti garantiti dallo stato-regione della Carinzia per 15 miliardi di euro. Dov’è il problema? Che la Carinzia ha debito pubblico per 2,6 miliardi di euro, e un gettito fiscale autonomo di poco più di due miliardi annui. Una contingent liability devastante, che la Carinzia non potrà ovviamente gestire, e che alla fine spingerà lo stato austriaco ad intervenire, probabilmente concambiando obbligazioni di Hypo Alpe Adria garantite dalla Carinzia con altre, garantite dal sovrano austriaco. L’advisor Oliver Wyman ipotizza che questo concambio, su base “volontaria”, debba avvenire con un haircut di un terzo. In soldoni, se siete obbligazionisti della banca, perderete un terzo dei vostri soldi per avere la solida garanzia di Vienna e non quella di cartone della Carinzia.

Questo per far capire che le banche in Europa restano un’attiva area di crisi e che il conto dei salvataggi, viste le ristrettezze dei conti pubblici, avverrà sempre più a carico dei privati. Siete avvertiti, e non è neppure la prima volta.

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