Spagna, i problemi irrisolti sul mercato del lavoro

Sul Financial Times un interessante Q&A sul mercato del lavoro spagnolo, dopo la profonda riforma di inizio 2012 (qui descrizione e commento sugli interventi attuati). Ci sono luci ed ombre, naturalmente, ma persiste un grave problema: il paese ha ancora una struttura fortemente duale del mercato del lavoro, tra insider ed outsider, e questo rischia di minare dalle fondamenta il recupero di produttività, oltre al capitale umano.

Il pezzo è tutto da leggere, ovviamente:

Dove la riforma è risultata carente?
In due aree chiave: in primo luogo, la riforma non ha fatto nulla per ridurre il dualismo tra lavoratori temporanei e quelli a tempo indeterminato. I primi sono a buon mercato su assunzioni e licenziamenti, e godono di relativamente pochi benefici, il che significa che il datore di lavoro ha forti incentivi ad affidarsi pesantemente sul lavoro temporaneo per coprire eventuali fabbisogni di organico. Lo scorso mese, ad esempio, oltre il 90 per cento di tutti i nuovi contratti di lavoro era del tipo temporaneo. Questo può aiutare a contenere i costi salariali, ma ha effetti negativi nel lungo termine. Le aziende tendono ad investire meno nella formazione del proprio staff temporaneo, il che riduce la produttività. Per i lavoratori, nel frattempo, un contratto temporaneo significa meno paga e più insicurezza, il che rende meno probabile che essi spendano ed investano.

Ed il secondo problema?
La Spagna ha un grandissimo, e crescente, problema con la disoccupazione di lungo termine. Oltre 3 milioni di spagnoli sono disoccupati da oltre un anno. Ad ogni mese che passa, diventa meno probabile che essi trovino un nuovo lavoro. Il paese affronta una particolare sfida con il vasto numero di giovani spagnoli che hanno lasciato la scuola per lavorare nei cantieri durante gli anni del boom – molti di essi oggi mancano delle competenze professionali di base. I critici dicono che il governo sta facendo troppo poco per fare rientrare queste persone nel mercato del lavoro, ad esempio attraverso programmi di formazione e migliore consulenza individuale. Il rischio è che la Spagna si trovi a dover gestire milioni di cittadini che non solo sono disoccupati, ma sono pure inoccupabili. Questa è una ragione per cui nessuno si attende che nel prossimo futuro la disoccupazione scenda sotto il 20%, e molti esperti dicono che Madrid ha davanti a sé una strada ancora tutta in salita, prima che il suo mercato del lavoro torni a funzionare.

In pratica, non basta avere abbattuto il costo del lavoro per unità di prodotto, per effetto congiunto della riforma del mercato del lavoro e della disoccupazione rampante. Il problema resta il virulento dualismo del mercato del lavoro e il rischio altissimo di una pesante isteresi, cioè della distruzione permanente di ampie porzioni della dotazione di capitale umano del paese, in quello che resta un paese di ex muratori, per usare una semplificazione brutale ma non lontana dal vero. Tutti elementi che congiurano a tenere bassa la crescita prospettica della produttività. Un motivo in più per noi italiani per mettere mano alla riforma (se e quando…) in modo tale da spezzare il dualismo del mercato del lavoro. Sapendo che la bacchetta magica non esiste, e che ogni elevazione a modello della Spagna sul mercato del lavoro resta figlia del provincialismo che da sempre ed a vario grado affligge il nostro paese.

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