Dall’Electrolux alla Turchia, sola andata

La decisione della banca centrale turca, che alla mezzanotte locale di ieri ha alzato in modo brutale tutta la struttura di tassi ufficiali, è solo l’inizio di un percorso di sofferenza per i paesi emergenti, che finirà con l’avere contraccolpi anche dalle nostre parti.

Intanto, il rialzo è un ceffone in piena faccia all’iracondo premier Recep Tayyip Erdogan, che nei giorni scorsi aveva parlato di una non meglio precisata “lobby dei tassi d’interesse”, probabilmente guidata da congiurati israeliani ed americani, in seguito aveva tentato di insidiare il Nobel a Brunetta affermando che “il rialzo dei tassi d’interesse è inflazionistico” (sic), e oggi si trova di fronte ad un’orgogliosa rivendicazione di autonomia da parte della banca centrale. Mentre attendiamo la replica sdegnata all’antipatriottismo del governatore turco, giova ricordare che la Turchia non può fare altro che poche e precise cose.

Avendo un deficit delle partite correnti pari a circa il 7% del Pil, segno di cambio sopravvalutato, serve raffreddare la congiuntura, cioè distruggere domanda interna e frenare per questa via le importazioni. La Turchia non è in una posizione molto semplice: il suo ormai esiguo stock di riserve valutarie è in parte preponderante di breve termine, quindi può involarsi da un momento all’altro, impaurito dalla crescente e quasi italiana instabilità politica. La parte di riserve valutarie imputabile ad investimento diretto estero è molto piccola, ed il sistema bancario del paese ha forte esposizone debitoria transfrontaliera.

Come se non bastasse, il sistema delle imprese turche è pesantemente indebitato in dollari: le imprese di costruzione hanno in media il 70% del proprio debito espresso in dollari, per quelle manifatturiere il rapporto è del 50%, quindi da un crollo della lira deriva rischio crescente di default aziendali, con tutto quello che ciò implica per la stabilità del paese. L’esposizione debitoria netta (cioè considerando eventuali attivi in valuta) delle imprese turche è di circa 160 miliardi di dollari. Dal riallineamento del cambio e dell’economia deriverà una transizione dolorosa, soprattutto per un paese che deve crescere del 5% annuo solo per assorbire la nuova offerta di lavoro che ogni anno entra sul mercato.

Più in generale, i paesi emergenti sono presi di mira da deflussi di capitali, che vi erano affluiti festosi a seguito della politica monetaria eccezionalmente lasca della Fed. Al solito, quella bonanza ha finito col far perdere di vista ai governi la necessità di riforme strutturali, ha eroso la competitività, malgrado tentativi di controllare l’inevitabile apprezzamento del cambio indotto da tali afflussi, ha causato deficit delle partite correnti e crescita dell’indebitamento esterno. I bilanci pubblici, graziati dal boom dei consumi, hanno visto l’espansione del tipico welfare da paesi emergenti, cioè i sussidi a carburanti, combustibili ed alimentari, che quasi sempre sono importati in misura preponderante. Con l’inizio della svalutazione delle valute domestiche questi sussidi sono esplosi, per isolare la popolazione dal conseguente shock di prezzo. Rimuoverli almeno in parte sarà molto doloroso ma altrettanto inevitabile.

Ora siamo al redde rationem. Questi paesi lasceranno andare il cambio per riallinearlo ai fondamentali, ma saranno anche costretti a sopprimere domanda interna. L’orientamento all’export diverrà più acuto ed urgente, così come quello ad intercettare investimento diretto estero. Si competerà per rilocalizzare impianti di produzioni a basso valore aggiunto da paesi sviluppati, i cui lavoratori sentiranno acutamente il peso dell’aggiustamento. sotto forma di pressione al ribasso sui salari. E spesso non servirà ad evitare la chiusura.

La reazione dell’opinione pubblica di tali paesi  (del nostro, ad esempio) sarà più o meno prevedibile: richiesta di protezionismo, nazionalizzazioni, recriminazioni contro il destino cinico e baro e contro la globalizzazione “che ci ruba il lavoro”; il tutto mentre si tengono convegni in cui si esalta il Made in Italy e si invita ad accelerare l’internazionalizzazione delle nostre imprese. Qualcuno degli sdegnati giungerà a chiedere di boicottare i prodotti di imprese che vogliono rilocalizzare fuori dal paese, ma un attimo dopo correrà a comprare una lavatrice in offerta stracciata, scoprendo che è assemblata in Turchia o Polonia.

Gli unici ad avere un effimero guadagno dalla situazione saranno gli arruffapopolo, prima delle elezioni. Ah, e non dimenticate le imprecazioni contro le banche centrali “che non sono legittimate dal popolo, e ci rubano la democrazia”.  Per avere la misura, chiedere al governo indiano messo in ambasce pre-elettorali dal governatore Raghuram Rajan, che si crede Paul Volcker ed ha deciso di estirpare l’inflazione dal suolo indiano, ovviamente forzando riforme di struttura. “Si faccia votare, prima”, diranno i Fratelli d’India. La sovranità è uno stato d’animo, dopo tutto.

Tutto si tiene, purtroppo e per fortuna.

Aggiornamento – Electrolux non intende lasciare l’Italia, ma conferma le difficoltà dello stabilimento di Porcia per la scarsa competitività del settore lavaggio. Lo avrebbe affermato, secondo quanto si apprende, la stessa azienda al tavolo al Mise. Dopo aver illustrato il piano presentato ai sindacati, l’ad Ernesto Ferrario avrebbe mostrato un volantino pubblicitario di un megastore che mostra lavatrici al prezzo di 199 euro, a dimostrare le difficoltà di reggere la concorrenza (Ansa)

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