Bce, fine del potere della parola?

Ieri la Bce ha presentato le proprie previsioni su crescita ed inflazione a tutto il 2016. Riguardo la dinamica dei prezzi, si conferma che il capolavoro strategico sulle OMT di luglio 2012 (l’ormai celeberrimo whatever it takes) dovrà essere “ripagato” ai tedeschi, fingendo che in Eurozona non esista una pressione disinflazionistica che rischia di mandare a gambe all’aria i grandi debitori, in prima fila l’Italia.

Le previsioni Bce vedono i prezzi al consumo in crescita quest’anno dell’1%, il prossimo dell’1,3 e nel 2016 dell’1,5%. Draghi ha precisato che il 2016 vedrà una progressiva accelerazione nella dinamica dei prezzi, col tendenziale che nell’ultimo trimestre di quell’anno toccherà l’1,7%. Le previsioni non sono sacre scritture, ma forniscono copertura politica alle scelte di azione o di inazione. Draghi in conferenza stampa ha ribadito che la forward guidance estremamente conciliante della Bce aiuterà la ripresa di congiuntura e prezzi, senza fretta.

Sarebbe stato possibile agire per avvicinare l’obiettivo di un indice dei prezzi al consumo “inferiore al 2% ma prossimo al 2%” prima di fine 2016? Ovviamente sì, ma ciò avrebbe comportato azioni non convenzionali di politica monetaria che al momento sono precluse dalla politica e dai veti tedeschi. Quindi a Draghi non è rimasto che battere per l’ennesima volta il tasto della forward guidance e ribadire che la Bce valuta tutte le alternative disponibili (ma quali?) ed è sempre pronta ad intervenire. Ma reiterare questi concetti finisce col logorarli e ridurne la credibilità implicita agli occhi dei mercati.

A conferma che al momento a Draghi non è rimasto che il potere della parola (e forse manco più quello), il presidente della Bce ha parlato del potere disinflazionistico del cambio, affermando che la forza dell’euro ha sinora limato l’indice dei prezzi al consumo dello 0,4-0,5%. Come riuscire quindi a convincere il mercato che non si hanno entrambe le mani legate dietro la schiena, che un eccessivo apprezzamento del cambio è indesiderabile e che di conseguenza si è in grado di agire in ogni momento per raffreddarlo? Attendiamo di capirlo, mentre il cambio euro-dollaro si è subito portato all’insù, mettendo di cattivo umore le borse europee. L’Eurozona in disinflazione (che in alcune aree è deflazione manifesta) tende a mettere ovvia pressione rialzista sul cambio dell’euro, via tassi reali positivi e crescenti. Ma questo, Draghi lo sa perfettamente.

E’ evidente che il nostro paese, che oggi già un’inflazione tendenziale headline allo 0,5%, ha solo da perdere se qualcosa andasse storto in giro per il mondo (un crash cinese e dei paesi emergenti, ad esempio). Per il momento il tasso d’interesse reale implicito nel Btp decennale inflation linked resta in un intorno dell’1%, era all’1,3% a metà ottobre. Per ora dunque non ci sono rilevanti danni, grazie alla forte domanda per il nostro debito sovrano. Noi speriamo che ce la caviamo, ma il quadro resta terribilmente fragile.

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