Provaci ancora, Pierluigi Enrico Renzi

E’ ormai diventato un topos dei nostri leader politici, e non da oggi. Basti ricordare le intemerate di Umberto Bossi e dei leghisti, che a intervalli regolari annunciavano di aver fatto saltare il patto di stabilità interno per poi ripiegare su qualcosa di meno complesso, tipo secessione, macroregione o (ultimamente) uscita dall’euro.

Del patto di stabilità, nella nostra faconda dichiarazia, esistono due gusti: quello macro, a livello Ue, ormai geneticamente modificato dai trattati intergovernativi degli ultimi anni; e quello interno, applicato agli enti locali. Per la nostra politica i due concetti sono da sempre perfettamente fungibili, o meglio si tende a partire da quello interno per poi virare su quello comunitario.

Aveva iniziato Pierluigi Bersani, all’epoca premier-papa, prima di entrare nel conclave che lo avrebbe confermato cardinale:

«Una delle primissime cose da fare è assieme ai Comuni l’immediata rivisitazione del patto di stabilità per un grande piano di piccole opere sul tema delle scuole da sistemare, dell’ambiente, della mobilità urbana con progetti visti localmente» per dare lavoro. Lo ha detto Pierluigi Bersani alla Cgil (Ansa, 25 gennaio 2013)

Concetto meglio precisato qualche giorno dopo, con focalizzazione sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici, l’inizio di una grande tradizione retorica:

«Le tasse non sono il solo problema di questo Paese. Io faccio la mia proposta: facciamo 7 miliardi e mezzo di investimenti in 3 anni per ristrutturare scuole e ospedali». I fondi possono venire, tra l’altro da un allentamento del patto di stabilità. Lo ha detto Pierluigi Bersani a In Onda (Ansa, 4 febbraio 2013)

D’acchito, questa impostazione pareva centrarsi sul patto di stabilità interno. Il concetto sarebbe stato ripreso ed innalzato di livello dal premier Enrico Letta:

«Dati i limiti del bilancio dell’Unione» le risorse necessarie per combattere la disoccupazione giovanile dovranno venire anche «dai bilanci nazionali». Lo scrive il premier Enrico Letta al presidente del consiglio Europeo, Van Rompuy, chiedendogli una riflessione «su come ampliare gli spazi disponibili per le finanze pubbliche nazionali, sfruttando le possibilità offerte dal Patto di Stabilità e di crescita».
«Ad esempio – spiega – facendo seguito alle conclusioni del Consiglio europeo di marzo 2013, è necessario riconoscere per gli Stati che si trovano nella parte preventiva del Patto la possibilità di beneficiare di reali margini di flessibilità per investimenti volti alla promozione dell’occupazione. Questi interventi devono, ovviamente, essere parte di un quadro complessivo di riforme nel contesto del semestre europeo», conclude (Ansa, 25 maggio 2013)

Non era e non è dato sapere cosa potessero essere gli “investimenti volti alla promozione dell’occupazione” (di solito sono tutti, in senso lato), ma il grande garbo di Enrico Letta aveva prodotto questa euro-supplica a modificare il patto di stabilità Ue per introdurre quella che in Italia insistiamo a chiamare la Golden Rule. Letta ribadì il concetto qualche mese dopo:

«Dobbiamo costruire un patto di stabilità interno per stimolare gli investimenti invece che bloccarli. Senza investimenti non c’è innovazione e crescita». Così il premier Enrico Letta nel suo discorso per la fiducia al Senato (Ansa, 2 ottobre 2013)

Finì in nulla: sull’interno (dove comunque potevamo e possiamo agire, volendolo) e in Ue, a dicembre, all’immancabile Consiglio europeo. Matteo Renzi non pare essersi impressionato da questi insuccessi declamatori, e sta ripercorrendo lo stesso sentiero, stretto ed immaginario:

«Noi rispetteremo i vincoli modificando il patto di stabilità interno». Lo ha detto il premier Matteo Renzi a Treviso (Ansa, 26 febbraio 2014)

Sono sempre le scuole in cima ai pensieri dei nostri leader, con qualche variazione sul tema, quando si giunge fatalmente al patto Ue partendo da quello interno:

«Il presidente del Consiglio chiederà oggi all’Europa che anche gli investimenti per l’edilizia scolastica e il dissesto idrogeologico non siamo conteggiati nel Patto di stabilità. Questo significa aumentare la massa di investimenti, di cui abbiamo bisogno. C’e’ una condivisione piena di queste proposte. Si è registrata una grande sintonia». Lo ha detto il presidente dell’Anci, Piero Fassino, al termine dell’incontro con il Governo (Ansa, 20 marzo 2014)

Segnaliamo il singolare titolo di questo lancio Ansa: “Scuole e alluvioni fuori dal patto di stabilità“. Come se il dissesto idrogeologico fosse assimilabile ad un evento naturale, per il quale peraltro esistono ampie deroghe fiscali nella normativa europea. Ma tant’è, importante è la “grande sintonia”, come sempre. Pare che anche qui non sia accaduto nulla, ma c’è un tempo per la semina ed uno per il raccolto.

E comunque, come ha detto ieri Renzi, “in Italia stiamo facendo una rivoluzione”, quindi non pare il caso di sottilizzare su coperture piuttosto eteree. Che poi, giustamente, perché mai dovremmo fare una guerra di religione su un pidocchioso 0,2% di maggiore deficit (che sarebbe comunque una violazione dei vincoli europei, anche non superando il 3%, ma Renzi questo non riesce proprio a capirlo)? Attendete il Def il mese prossimo, signori e signore. Nel frattempo, la retorica sull’Europa che deve cambiare verso servirà per disinnescare (forse) la mina delle elezioni europee, assieme agli 80 euro che dovrebbero arrivare in contemporanea al voto di fine maggio.

Dopo di che, immaginiamo, Renzi dovrà iniziare a tentare di governare questo paese, magari con qualcosa che assomigli ad un contractual agreement con la Ue. Oppure smettendo di fare castelli in aria.

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