Il futuro mercato italiano del lavoro, dal sen fuggito

Oggi, nel corso di un dibattito tenutosi alla Fondazione Corriere della Sera tra il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ed il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, sono emersi un paio di punti che vale la pena segnalare, per tentare di divinare dove stiamo andando.

La Camusso ha sollecitato il governo a trovare i fondi per il rinnovo della cassa integrazione in deroga:

«Abbiamo una priorità che è quella della Cassa integrazione in deroga, non c’è più tempo perché le aziende stanno cominciando a licenziare, rischiamo centinaia di migliaia di licenziamenti nel breve periodo per assenza di finanziamenti»

Ecco, questo è un punto su cui si esercitano da tempo molte pietose bugie. Ad esempio, non è che le aziende licenzino perché manchino (o tardino) i fondi delle erogazioni. Le aziende che licenziano lo fanno perché sanno di non potersi più permettere il mantenimento di organici di una data dimensione. E questa è la versione soft, mentre quella più da reality check è che ci sono aziende che semplicemente sono decotte, ed occorre prendere atto che si va verso la chiusura. La stessa accelerazione del deterioramento dei dati di occupazione e disoccupazione italiana sta scontando questa situazione, checché ne dica la Camusso, e non solo lei. Il punto (semmai) è che altri sedicenti “soggetti decisori” stanno girandosi dall’altra parte, in attesa dell’inevitabile.

La domanda resta quella: come possiamo parlare di ammortizzatori universali se non disponiamo di risorse finanziarie per apprestarne di decenti e minimali? Per contro, nelle more di una transizione resa drammatica dalla più grave crisi economica della storia italiana, ci stiamo attardando nella difesa di posti di lavoro che sono morti, in una sorta di accanimento terapeutico che incide comunque in modo rilevante sui conti pubblici. Ricordate: senza crescita, niente risorse fiscali. Niente risorse fiscali, niente ridisegno del welfare. O meglio (si fa per dire): niente welfare.

Dell’intervento di Giuliano Poletti merita invece evidenziare una sorta di voce dal sen fuggita, pur se presentata come vigorosa confutazione di rumours e boatos che circolano con sempre maggior insistenza, spinti dalla realtà. Pietra dello scandalo è l’introduzione anche in Italia di un salario minimo. Poletti tenta di rassicurare sul florilegio di dietrologie sul tema:

«Il problema non è quello di far saltare il Contratto nazionale di lavoro, che è un elemento essenziale nell’impianto generale, e quindi il salario minimo non è il cavallo di Troia che lo fa saltare ma è da considerare come quello strumento per evitare trattamenti indegni dei lavoratori» Quindi, la cosa va «valutata senza la strumentalizzazione e i retropensieri di chi crede nella logica di depotenziare il sindacato, non è così». Il ministro ritiene poi che sul salario minimo sia necessario cominciare «a ragionare per avere una griglia» che tenga conto delle diverse situazioni europee. Poletti aggiunge che «il salario minimo è un elemento potenzialmente utile che deve essere costruito in maniera misurata» (Ansa, 9 giugno 2014)

Andiamo con ordine. Poiché, come sempre, est modus in rebus, del salario minimo conta non il concetto o l’esistenza, ma il quantum. Avere un salario minimo a livello di paese, o magari anche di settore o territorio, che si collochi ad un livello sufficientemente inferiore a quello che metterebbe a rischio di ulteriori emorragie occupazionali sarebbe esattamente funzionale a “cambiar verso” al contratto collettivo, spostandolo dal piano nazionale a quello aziendale. Il problema non è quello di considerare il salario minimo come strumento difensivo degli interessi del sindacato. Già oggi il sindacato nelle piccole e medie imprese di fatto non c’è, e di questo passo sparirà anche dalle grandi, perché le grandi andranno a morire.

Ecco quindi delinearsi lo scenario per gestire il contrasto ad una tendenza devastante all’aumento di disoccupazione, che ci sta indicando che le retribuzioni reali, in media, sono troppo elevate per l’output reale. Immaginate un punto di arrivo fatto di due pilastri:

  1. un salario minimo non troppo alto da minacciare ulteriori emorragie occupazionali e
  2. contratti esclusivamente aziendali, con qualche (limitato) correttivo settoriale-territoriale. Contratti gestiti attraverso il meccanismo della monetizzazione dell’anzianità aziendale in uscita.

Per mostrare che la legalità ha alfin trionfato e che non verranno più accettate forme di bieco sfruttamento hobbesiano, si legifera che il nuovo salario minimo rechi con sé conseguenze penali (carcere incluso, che tanto piace alla popolazione stressata) per i datori di lavoro che lo violano. Di questo valore retorico-segnaletico del salario minimo abbiamo già avuto traccia settimane addietro, con una dichiarazione manettara del vice ministro dell’Economia, Enrico Morando. Il cerchio si chiude. Il mercato del lavoro italiano cambia pelle, in modo epocale.

Accadrà realmente? Vi si arriverà dopo che la disoccupazione avrà toccato punte inimmaginabili, tali da rendere il livello attuale qualcosa di desiderabile, col senno di poi? Non lo sappiamo, ovviamente. Quello che sappiamo è che non è possibile pensare di trasformare le attuali e le prossime crisi aziendali in una gigantesca Electrolux. Semplicemente perché non sarebbe un modello sostenibile. Questo per parlare della dimensione difensiva. Per parlare invece di quella espansiva, una trasformazione in questa direzione del mercato italiano del lavoro sarebbe condizione necessaria, per quanto ampiamente insufficiente, per tentare il rilancio. Ovviamente servirebbe, come corollario vitale, dotarsi di una pubblica amministrazione funzionante, della tutela dei diritti di proprietà tramite la giustizia, oltre a smettere di avere una classe politica che si crea gli incentivi e le occasioni per perpetuare la propria cleptomania.

Come che sia, ricordate: questa è una previsione di scenario, non un auspicio.

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