Una mattina mi son svegliato, e ho trovato il Ragionier

All’indomani della decisione del governo di sopprimere l’emendamento relativo alla “quota 96” di cui avrebbero beneficiato 4.000 insegnanti, e dopo l’annuncio di Matteo Renzi di riordinare la materia complessiva “a fine agosto”, spicca la furibonda reazione del presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia. Che in svariate dichiarazioni ed interviste grida di fatto al golpe tecnocratico. E pensare che non è neppure un’estate calda.

Noi siamo certamente insensibili sul ciglio della disumanità, quindi non riusciamo ad afferrare le urla di dolore per quanti non riusciranno ad andare in pensione secondo requisiti vigenti prima della riforma Fornero, che presto verrà (di questo passo) denunciata alla Corte europea per i diritti dell’uomo, se già non è avvenuto. Quello che colpisce sono in realtà due punti: il primo è la rivolta contro la mancanza di coperture del provvedimento e contro chi tale mancanza ha segnalato. Il secondo è la reazione di quanti ancora credono alla fiaba psichedelica della staffetta generazionale. Ripetete con noi: la staffetta generazionale è come la corazzata Potemkin.

Sul primo punto svetta il sopracitato Boccia. Che, intervistato da la Stampa, grida all’attentato alla democrazia:

Allora, onorevole Boccia, alla fine ha vinto Cottarelli. Era lui che «doveva adeguarsi alla politica» e invece è andata all’opposto: nella vicenda di quota 96 hanno prevalso le ragioni dei tecnici…
«Se viene cancellato quello che anche Renzi definisce un errore grossolano, no, hanno vinto i diritti. Se invece questa gente andrà in pensione solo fra tre anni e i 4mila giovani che dovevano subentrare entreranno solo fra tre anni, si avrà vinto Cottarelli. Ma in quel caso avrà perso la politica»

Intanto, sarebbe utile chiedere (a Renzi e al ministro Marianna Madia) perché quell’emendamento soppressivo. Forse che Cottarelli e la Ragioneria Generale dello Stato avevano minacciato di rapire i loro primogeniti maschi, in caso contrario? E già qui, sarebbe utile che i nostri media facessero più domande, soprattutto considerando che, tra stima “politica” e quella della Ragioneria Generale dello Stato, mancavano 11 milioni (avete letto bene, milioni). Poi, la reazione di Boccia a difesa di questi poveri esseri vittimizzati, che non riusciranno ad andare in pensione a sessant’anni, “come spettava loro” (aridaje) è impressionante. Ma soprattutto è impressionante questa difesa a spada tratta della staffetta generazionale: escono 4.000 esseri stanchi, logori, seviziati dalla vita e dal lavoro ed entrano 4.000 giovani. Ancora una volta, lo Stato datore di lavoro sente l’irresistibile richiamo della foresta di violare le regole che si è dato e ha dato, ad esempio, al settore privato. Ma a parte ciò, qui parliamo di 4.000 nuove pensioni, il cui assegno è molto vicino a quello dell’ultima retribuzione, e di 4.000 nuove assunzioni. Di fatto, un raddoppio di spesa pubblica. Ne siamo consapevoli?

Quanto durerà, questa pulsione primordiale politicante ai prepensionamenti, ora con la copertina ideologica della crisi “che impedisce ai nostri figli di entrare nel mercato del lavoro, perché trovano la strada sbarrata da padri e madri?”. Ci rendiamo conto delle conseguenze potenzialmente devastanti di un simile argomentare? Stiamo scivolando verso i conti pubblici come variabile indipendente, in un remake degli anni Settanta? Oppure pensiamo di aumentare la tassazione per coprire il sostanziale raddoppio di spesa?

Però il problema è risolto: è colpa dei “tecnici” golpisti, e siamo a posto. Ora ci corre l’obbligo della menzione d’onore al giornalista ultrarenzista del bigoncio: è Marco Conti del Messaggero, che oggi ci omaggia di un pezzo che è un ininterrotto peana al Renzi ex machina contro le forze del Male e della Conservazione Contabile, ed al contempo si schiera con i poveri insegnanti brutalizzati. Già il titolo (“Ecco perché il premier rilancia. Ora è sfida a Ragioneria e Tesoro“) suona la carica. Poi, nel pezzo, la citazione del partigiano Boccia, già salito sulle montagne per lottare contro la tecnocrazia liberticida:

Tra i più irritati per l’epilogo, dopo il ministro Madia e Renzi, è proprio Boccia: «Dico a Renzi che se vogliamo essere quelli che vanno a Bruxelles a chiedere di farla finita con i danni collaterali da rigore e austerity, in Italia non possiamo lasciare decidere ai tecnici che assumono posizioni a prescindere»

Che, detta così, pare proprio suggerire che la copertura non vi fosse. Ma, a parte questa autentica perla, Conti prosegue nel pezzo segnalando al lettore che Renzi prepara la controffensiva contro i tecnici, dopo aver “abbozzato” (ancora: perché, se ciò è davvero avvenuto?). E lo fa dopo aver applaudito al partigiano Boccia ed alla sua azione galvanizzante. Spezzeremo le reni a Padoan, grassetti ovviamente nostri:

E ancora, «i diritti dei lavoratori vengono prima dei giochini dei ragionieri che lavorano al riparo di stipendi d’oro». Un attacco durissimo, quello del presidente della Commissione Bilancio della Camera, che ricompatta il Pd. Resta il fatto che dare come termine «fine agosto» significa costringere i 4 mila insegnanti in uscita e i 4 mila giovani in entrata, ad attendere un altro anno visto che il primo settembre comincia un altro anno e che per diventare operativo il pensionamento da quest’anno occorrerebbe un decreto entro la metà di agosto. La trincea è comunque scavata e Renzi è deciso a combattere sino in fondo la battaglia contro i tecnici che deciderebbero al posto di politici in continuo divenire vista la scarsa durata dei governi. L’annuncio fatto ieri da Renzi di «un olimpionico programma dei mille giorni» la dice lunga. «Stavolta non accetto interferenze tecniche» è l’avviso di Renzi rivolto, forse, allo stesso ministro Padoan.

Di questo passo, e con questi toni, non è esclusa la creazione di unità partigiane renziste fuori dal parlamento, e sui monti. O anche al mare, se il tempo dovesse rimettersi. Proteggendosi adeguatamente la testa, però.

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