Tra Esprit Florentin ed autoinganni

La non-notizia del giorno non è che Mario Draghi stia cercando disperatamente di impedire che l’eurobarca si rovesci, gelato incluso, bensì che nel Pd starebbe riaffiorando uno straccio di opposizione a Matteo Renzi. Se questa fosse realmente una “notizia”, potremmo direttamente augurarvi un buon fine settimana ma il punto è che continua a non essere chiaro, all’umile estensore di queste noterelle, se in questo paese siamo di fronte ad una epidemia di ottusità conclamata oppure ad una di patologica dissociazione dalla realtà.

Prendete l'”opposizione” interna a Renzi. Allo stato è ancora piuttosto composita, spaziando dai cosiddetti bersaniani a Massimo D’Alema e ad altro vario pulviscolo. Al premier si rimprovera, di volta in volta, l’eccesso di orientamento “austero” oppure l’inconcludenza. Sul primo, non sapremmo dire: è assai più probabile che a Renzi proprio sfuggano i termini della questione, e che sinora si sia mosso dosando i proclami per non spaventare l’elettorato. Oppure che egli stesso non sia mai stato consapevole di quello che lo attende.

Ad esempio: una legge di stabilità da 20 miliardi. Narrano i cantori che il premier ha sviluppato perfetta conoscenza dei grandi misteri e degli anfratti della spesa pubblica italiana, e che passa il tempo a studiare la contabilità nazionale in modo sistematico. Se così fosse, Renzi dovrebbe essere il primo a sapere che non è materialmente possibile informare gli elettori che si procederà a tagli di spesa per 20 miliardi ma senza toccare sanità e previdenza, come invece ha fatto dire in occasione pubblica alla povera Marianna Madia, forse contando sull’effetto ipnoinducente del timbro vocale e del caratteristico periodare della ministra, così avvolto di rassicuranti buoni sentimenti comunitaristi.

Di certo, si sapeva da molto tempo che per i pubblici dipendenti non ci sarebbero state risorse aggiuntive, ci stupiamo della reazione degli interessati. Che forse hanno creduto alle rassicurazioni di esponenti dell’esecutivo. A loro volta, non sapremmo se più furbetti o sprovveduti. Ma potremmo dire lo stesso di Renzi, che prima praticamente manda al diavolo Carlo Cottarelli, rivendicando l’abituale e stucchevole primato della politica sulla tecnocrazia (ma chi mai avrebbe tentato di scipparglielo?), e poi ordinando ai ministri di trovare risparmi per il 3% dei rispettivi budget, con la sagace motivazione che non dovrebbe essere così difficile tagliare un’inezia simile nel coacervo di 800 miliardi di spesa pubblica italiana.

Ora, premesso che di quegli 800 miliardi oltre un decimo sono interessi sul debito (ma il 3% di circa 700 miliardi quadra l’importo ricercato), Renzi ha praticamente fatto il verso al Berlusconi che, estromesso da Palazzo Chigi ma ancora associato in maggioranza (quella di Monti e della fase iniziale di Letta), diceva le stesse identiche cose per trovare i dindi da buttare nello sciacquone dell’Imu prima casa. Corsi e ricorsi da imbonitori compulsivi oppure costante zuffa con la realtà? E soprattutto: se stiamo cercando una limatura del 3% su tutti i ministeri, con buona pace delle priorità, e se tale limatura da sola colma il fabbisogno, a che ci serve il lavoro di Cottarelli?

Nel frattempo il ddl delega sul lavoro, per gli amici Jobs Act, tenta faticosamente di progredire in commissione ma al momento si rileva solo un ronzio che è la versione quieta del frastuono che ci avvolgerà col progredire delle settimane. Pare che tra i legislatori sia in corso un dotto scambio di opinioni sulla revisione dell’articolo della legge 300/70 (per gli amici, Statuto dei Lavoratori) relativa al controllo a distanza della prestazione lavorativa, mentre pare che il Pd non intenda buttare a mare l’articolo 18 (parliamo di reintegra per licenziamenti illegittimi), per sostituirlo con monetizzazione. Tanto, Renzi ha detto che quello dell’articolo 18 è un falso problema, no? Magari lo sarà pure, ma qui si rischia che i legislatori facciano la fine dei pubblici dipendenti, quando per un paio di settimane hanno davvero creduto che i soldi per i rinnovi contrattuali potessero realmente materializzarsi.

Dove andiamo, da qui? Non sapremmo proprio. Renzi pare puntare molto sui leggendari 300 miliardi di Juncker, ma prima o poi qualcuno dovrà spiegargli che quella cifra è palesemente finta. Quanto al vertice europeo di inizio ottobre, convocato dallo stesso Renzi per fare il punto sulla ricerca della flessibilità (parafrasando la felicità costituzionale degli americani), noi abbiamo la mezza idea che, da quell’evento, Renzi conti di poter sfoltire il taglio di 20 miliardi di spesa, che sta tentando di apprestare per il 2015. Può essere: la situazione è talmente grave che le stelle potrebbero sorridere al premier e regalargli davvero qualche margine di manovra in più, pur se non determinante a risollevare il paese. In pratica, sarebbe la cover di “Sono un ragazzo fortunato” di Jovanotti, ma eseguita durante la Corrida, quella dei dilettanti allo sbaraglio.

Resta che abbiamo un premier che non smette di affascinarci: o si tratta di un caso di astuzia, sagacia, abilità superiori, di quelle che i mediocri mortali non riescono proprio a cogliere; oppure si tratta della forma terminale della impari lotta degli italiani con la realtà. Del resto, prima dell’intervista col direttore del Sole, Renzi roteava una sciabola, giusto?

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