L’esperimento greco verso l’epilogo?

I mercati puniscono severamente tutto quello che è greco, oggi. Crollo in doppia cifra per la borsa di Atene, forti rialzi dei rendimenti sui titoli di stato del paese ellenico. Che accade, e che potrà accadere, anche e soprattutto fuori dalla Grecia?

Accade, in estrema e brutale sintesi, che il governo di Antonis Samaras, mesi addietro, era stato tentato di terminare il periodo di assistenza finanziaria da parte della Ue (il prossimo 31 dicembre) con una uscita “pulita”, senza cioè bisogno di alcuna linea di credito precauzionale e condizionata da parte della Ue. Il convincimento derivava dal fatto che l’euforia dei mercati finanziari, che rastrellavano tutto quello che aveva rendimento anche lievemente superiore a quello dei titoli di stato dei paesi “sicuri”, aveva permesso ad Atene di tornare sui mercati internazionali dei capitali, lo scorso aprile, emettendo un eurobond per 4 miliardi di euro con cedola 4,75% che fece scalpore e da molti fu bizzarramente visto come una sorta di benevola concessione tedesca ad Atene. Le crisi protratte annebbiano anche le migliori menti, a volte.

Poi le cose sono drasticamente cambiate, e quello di Samaras si è rivelato errore strategico enorme, perché la Grecia resta dipendente dai capitali della Troika. Il governo greco ha presentato una legge finanziaria 2015 piuttosto blanda, consapevole che la popolazione è stremata dopo sei anni di massacri fiscali ma anche consapevole della necessità di dare uno zuccherino elettorale visto che, per la costituzione greca, in caso di mancato quorum (parlamentare) per eleggere il capo dello stato, si va ad elezioni politiche anticipate. La maggioranza di Samaras può contare su 155 voti, per l’elezione presidenziale ne servono 180.

Ieri, l’Eurogruppo ha concesso alla Grecia due mesi di prolungamento del periodo di assistenza finanziaria, per dare modo a Samaras di fare una cosa molto semplice: far passare la finanziaria 2015 e poi, ad inizio anno, riprendersi con gli interessi quello che la finanziaria medesima ha concesso ai cittadini, visto che per la Troika il bilancio greco 2015 è pieno di buchi fiscali. Samaras, consapevole dell’altissimo rischio di andare ad elezioni anticipate, e del fatto che il partito di sinistra radicale Syriza, guidato da Alexis Tsipras, oggi in testa ai sondaggi, potrebbe ottenere voti sufficienti a portare a casa il premio di maggioranza e governare praticamente da solo, ha quindi deciso di anticipare le elezioni presidenziali di due mesi, con prima votazione il 17 dicembre. In tal modo, in caso di elezioni politiche anticipate, per il premier dovrebbe essere possibile dire che con il suo governo la Grecia uscirà dall’assistenza finanziaria a fine febbraio, mentre con un governo Tsipras no.

I mercati, che odiano l’incertezza, non si sono posti troppe domande ed hanno cominciato a mitragliare tutto quello che è greco, soprattutto le banche. Per un motivo molto semplice: il programma di Syriza. Che, detto in estrema sintesi, prevede l’aumento del 40% del salario minimo, la reintroduzione della gratifica di fine anno per i pubblici dipendenti, un massiccio programma di assunzioni nel settore pubblico ed altre caramelle. Finanziato con cosa?, vi chiederete. Secondo Tsipras, finanziato con la cancellazione di ampia parte del debito greco, incluso quello detenuto dalla Bce. L’espansione in un solo paese restando nell’euro, in pratica.

Ora, poiché questo esito appare una pia illusione e poiché la democrazia va rispettata in ogni suo esito e conseguenza, proviamo ad immaginare che accadrebbe in caso di elezioni anticipate, di vittoria di Syriza in misura tale da poter governare e di attuazione delle promesse fiscali di Tsipras. Scenario estremo, ma serve per far capire meglio. A quel punto, si avrebbe la rottura delle relazioni tra la Troika e la Grecia; vi sarebbe una corsa agli sportelli delle banche greche e si giungerebbe rapidamente all’insolvenza del sistema finanziario ellenico: questione di pochi giorni, sotto le ipotesi di scenario indicate qui sopra. A quel punto, un governo Tsipras non avrebbe alternativa all’uscita dalla moneta unica ed alla reintroduzione di una moneta nazionale, malgrado il fatto che lo statuto di Syriza non preveda ciò (la realtà non sempre ama gli statuti ed i manifesti di partito, come noto). In realtà, l’alternativa Tsipras ce l’avrebbe: sconfessare il suo programma elettorale e raccogliere i cocci di un paese che, nell’arco temporale della “ribellione” alla Troika, sarebbe nel frattempo stato raso al suolo economicamente. Probabilmente, in quest’ultimo caso, si arriverebbe allo scenario peggiore: quello di un bail-in delle banche elleniche utilizzando i depositi inferiori alla soglia assicurata di 100.000 euro. Tsipras apparirebbe come il fratello non troppo sveglio di Wile Coyote, e probabilmente dovrebbe fuggire dal paese nottetempo.

Resta da capire se Tsipras ha valutato tutti gli scenari o se poggia la propria azione sull’esclusivo convincimento che la sola minaccia di uscita della Grecia dall’euro determinerebbe un effetto contagio al resto dell’Eurozona, in prima battuta ad un paese molto grande e molto sistemico, attualmente governato da un giovanotto dalla lingua sciolta, e quindi, per evitare il meltdown, la Ue e la Bce finirebbero col cedere alla richiesta greca, facendo di Tsipras l’eroe ed il liberatore di un intero continente. Se dovessimo scommettere, non punteremmo su questo esito, ma tutto può essere. Nel frattempo, abbiamo ed avremo ancora moltissimi spunti di riflessione sul concetto di sovranità e sulla possibilità di esercitarla compiutamente in un contesto di vincoli internazionali potenzialmente letali.

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