Tagli di anzianità

Su lavoce.info un interessante post di Marcello Esposito e Marco Leonardi analizza un più che probabile effetto di lungo termine della riforma del mercato italiano del lavoro: la tendenziale riduzione delle retribuzioni per i lavoratori più anziani, o meglio l’allineamento delle medesime con la produttività del lavoratore.

Con il nuovo contratto di lavoro e la monetizzazione dell’uscita (agevolata dalla nuova conciliazione rapida prevista dal Jobs Act), argomentano gli autori, per le aziende sarà più facile sostituire lavoratori anziani il cui salario è superiore alla produttività, con altri più giovani e produttivi. Verrà in tal modo posta fine alla struttura del salario crescente con l’età anagrafica, che rappresenta una sorta di “tradizione” italiana, pur se gli ultimi anni hanno visto un intervento a livello di contrattazione settoriale per frenare la progressione retributiva basata ad esempio sugli scatti di anzianità.

Ma una struttura retributiva più aderente alla curva di produttività del soggetto nel corso della sua vita lavorativa finirà col modificare profondamente anche il “patto generazione” implicito nelle attuali strutture retributive. Come scrivono Esposito e Leonardi:

Oggi esiste una sorta di patto generazionale tra il datore di lavoro e i lavoratori, dove questi ultimi accettano un minore salario iniziale in cambio di una crescita graduale e con la promessa implicita di non essere licenziati nel momento in cui la propria produttività non giustificherà più totalmente il differenziale di salario rispetto a lavoratori più giovani. Con il sistema previsto dal Jobs Act, la promessa implicita in questa struttura contrattuale viene meno e con l’introduzione degli indennizzi dovrà cambiare gradualmente anche la struttura dei salari per avvicinarsi a quella dei nostri vicini europei.

In pratica, passeremo da una struttura retributiva a scatti di anzianità ad una a “tagli di anzianità”. Ovviamente, stiamo estremizzando il concetto, avendo presente che prima di giungere a questo mondo dovremo attuare il passaggio di tutta la popolazione lavorativa al nuovo sistema di contratti di lavoro, e che per quella data è verosimile attendersi anche una forte decentralizzazione della contrattazione collettiva, che farà il resto.

Tornando alla attualità, dopo i disastrosi dati di ieri sul mercato italiano del lavoro di novembre, e dopo le argomentazioni del governo e del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, sul rallentamento delle assunzioni da parte delle imprese in attesa che il nuovo contratto a tempo indeterminato vada a regime (dovrebbe trattarsi di febbraio o marzo), troviamo molto centrate le considerazioni di oggi di Enrico Marro sul Corriere (enfasi e malizia tutte nostre):

Ma all’inizio, più che occupazione aggiuntiva, si avrà un effetto sostituzione: le imprese cominceranno cioè a trasformare i contratti a termine in contratti a tutele crescenti per alleggerire così il costo del lavoro. Se questo fenomeno dilagherà, i 2 miliardi stanziati per il 2015 per la decontribuzione non basteranno e il governo dovrà correre ai ripari. Insomma, quest’anno il contratto a tutele crescenti servirà a ridurre le assunzioni con i contratti a termine e con le altre forme di flessibilità che, solo per il 2015, risulteranno meno convenienti. Mentre per vedere l’aumento dei posti di lavoro bisognerà aspettare la sola cosa che conta: la ripresa dell’economia

Perfetto, diremmo. Ammesso e non concesso che sulla disastrosa dinamica occupazionale italiana influisca anche una sorta di blocco del turnover da parte delle aziende, il primo effetto del Jobs Act sarà la sostituzione di contratti a tempo determinato e non l’aggiunta netta. Almeno sin quando non ci sarà la ripresa. Sino a quel momento, al nostro governo serviranno essenzialmente grande fantasia per produrre nuove rutilanti previsioni e correlazioni causali, ed un sistema dei media che faccia da megafono alle medesime. Oggi il Sole fa un grande passo avanti segnalando che “con i -65mila di ottobre, azzerato l’aumento di 100mila del governo Renzi”. E’ semplice, vedete? I numeri sono rivoluzionari, come la realtà. Saper contare a volte può svelare verità sconvolgenti.

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