La rupe ateniese

Da qualche giorno (o forse sono solo ore), il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, è diventato silente. Forse ciò è dovuto al fatto che la Grecia e le “Istituzioni” (cioè la ex Troika) stanno finalmente negoziando nel silenzio metodi e contenuti di quella che sarebbe la conclusione del bailout in essere, e che è stato prorogato di quattro mesi. Pareva positivo che Varoufakis stesse tacendo, dopo quello che siamo riusciti a leggere nei giorni scorsi sui “guardoni fiscali” non professionali, muniti di telecamera e microfono. Il problema è che ora parla il resto del governo greco, con in testa il premier, e già sentiamo la mancanza dell’economista blogger.

L’intervista di Varoufakis uscita domenica scorsa sul Corriere viene ricordata soprattutto per la nota di sdegnata rettifica di Atene, che accusa l’intervistatore italiano per quel ndr in cui il “referendum”, a cui Varoufakis accenna, viene interpretato come quello di uscita dalla moneta unica. Non per prendere le parti del Corriere ma secondo voi, in questo momento, cosa potrebbe essere oggetto di un referendum, in Grecia? E’ così difficile? Forse che il governo Tsipras allestirebbe una baracconata con quesito del tipo “volete voi che questo governo prosegua nella trattativa con le istituzioni internazionali e l’Unione europea, per giungere ad un mondo libero dal bisogno e dal debito, fatto di pace ed armonia?” Oppure avete in mente altre formulazioni del quesito referendario? Quindi no, non lapidiamo il povero giornalista che ha compiuto un’inferenza assai meno spericolata di molte altre di cui leggiamo quotidianamente sulla nostra stampa.

Ma detto ciò, voi come vedete le esternazioni “negoziali” di ministri greci di prima fila, come quello della Difesa nonché leader del partito che permette a Tsipras di “governare”, sulla fornitura di passaporti agli immigrati irregolari, terroristi inclusi? E’ solo folklore o anche una forma di regressione che porterà la Grecia a collassare a breve? Detto in altri termini, abbiamo di fronte qualcuno che pensa di avere leve negoziali effettive o che semplicemente si è drammaticamente scollato dalla realtà? Né aiuta la ricorrente canzoncina sulle riparazioni di guerra chieste alla Germania, e a questo giro è Tsipras in persona a battere sul tema. Queste riparazioni vengono quantificate dal governo greco in un importo, che rappresenterebbe l’indennizzo per la distruzione di economia ed infrastrutture del paese ellenico, pari a circa 160 miliardi di euro.

Ma la Grecia ed il suo governo pro tempore hanno compreso che non stanno negoziando con la sola Germania ma con tutta l’Ue? Pensano realmente che queste rivendicazioni siano un reale contrappeso negoziale? Quanto sarebbero enforceable, comunque? Noi un’idea ce la saremmo fatta. Il governo greco sinora ha preso tempo, per arrivare a ridosso delle maggiori scadenze finanziarie, pensando che qualcuno, tra Bruxelles, Berlino, Francoforte (ma anche Parigi e Roma) si alzi e dica: si, va bene, chiudiamola qui per sfinimento, tenete questi soldi e andate felici. Ma le cose non stanno così. Davvero qualcuno ad Atene pensa di poter uscire come la parte meno lesionata da uno scontro frontale con la Ue ed il Fmi? O forse pensano che, ad un certo punto, “arrivano i cinesi”, incredibilmente assurti al ruolo di nuova onlus planetaria degli altermondialisti fulminati, di cui il nostro paese (e non solo) sovrabbonda?

Se è bastato levare il sopracciglio europeo per indurre la popolazione greca a prelevare furiosamente i propri risparmi dalle banche, che accadrebbe se la situazione precipitasse? Non è che stiamo drammaticamente sopravvalutando la competenza ma anche la preparazione negoziale di questo bizzarro governo rosso-nero che opera in Grecia, e che in realtà ci troviamo di fronte delle aspiranti bombe umane? Perché, davvero, a noi di questa vicenda sfugge praticamente tutto. La Grecia vuole la “solidarietà europea”? Ottimo, ma in che termini? In questo momento, nessun paese dell’Eurozona si trova ad avere interessi convergenti con Atene, con buona pace dei soliti sognatori. Ma proprio nessuno. Pensateci bene. La Grecia può uscire dalla moneta unica nottetempo, magari durante il fatidico weekend lungo o reso tale, e decidere che fare del proprio debito denominato in una moneta straniera, verosimilmente ripudiandolo. Oppure può tentare di restare nell’euro e ripudiare il proprio debito. Ma che ne sarebbe di lei? Forse Tsipras e compagni pensano di poter procedere a nazionalizzazioni e sequestri di beni “stranieri” sul suolo greco?

Potremmo continuare ma dovrebbe ormai essere chiaro. Esiste un sistema di vincoli, alle scelte di un paese. Questa è la scoperta dell’acqua calda, ma evidentemente repetita iuvant. La nostra impressione è che il governo greco stia gettando alle ortiche la dote di simpatia che si era costruita nel tempo, e che avrebbe permesso di ottenere importanti risultati in termini di sollievo dal debito, sacrificata ad un maleodorante impasto di ultranazionalismo, dilettantismo, arroganza, incompetenza, vittimismo e cospirazionismo. Oppure questo è solo il fondale colorato dietro il quale la nuova classe di governo greca sta lavorando per tenere assieme l’orgoglio nazionale e la realtà. Ma serve che questo dilemma si sciolga il prima possibile. Perché la Grecia appare sempre più avere le sinistre fattezze di uno stato fallito, e la sua popolazione rischia ogni giorno di più di assumere quelle di una enorme colonia di lemmings in cerca di una rupe, irretiti dalla sirena di un giovanotto dalle ambizioni fatali.

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