E poi arriva Corbyn: il libro dei sogni chiamato Brexit ha un nuovo capitolo

Ieri il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha dichiarato il proprio sostegno ad una unione doganale tra Regno Unito e Unione europea, da conseguire dopo la Brexit. Un tentativo di imbarcare i Conservatori che vogliono una Soft Brexit, mettendo in gravi difficoltà il governo di Theresa May (contrario all’unione doganale), anche a costo di mettere a rischio l’elettorato laburista che vuole una Hard Brexit, ma proposta così ricca di contraddizioni e difficoltà operative da essere assai difficilmente perseguibile. E ad alto rischio di risolversi nello scenario che i Brexiter più temono: quello di diventare uno stato vassallo della Ue. Oppure, nell’ultima versione, uno “stato convitto”, prigioniero di Bruxelles.

Corbyn premette che obiettivo del Regno Unito è quello di mantenere i benefici di mercato unico e unione doganale, ed il “pieno accesso” al mercato europeo. Ottimo, basta non uscire dalla Ue, allora. Diversamente bisogna pagare dazio, letteralmente. Quando i nostri isolazionisti e sovranisti a senso unico arriveranno a comprendere che le relazioni internazionali proficue sono cooperative, smetteranno di essere isolazionisti e sovranisti.

Aggiungete a ciò che il signor Corbyn vuole questo pieno accesso a unione doganale e mercato unico ma “senza essere destinatario passivo di norme prese altrove e da altri”, e la domanda sorgerà spontanea anche a voi: ma di che stiamo parlando? Obiettivo di Corbyn è un accordo ampio con la Ue, tale da far sparire tariffe intra-europee e la necessità di un confine fisico in Irlanda.

E tuttavia, occhio: un’unione doganale (quindi relativa alle merci) che punti a far scomparire i posti di frontiera, è un’unione che si basa non solo e non tanto sull’assenza di tariffe, quanto su perfetta coincidenza degli standard delle merci che vengono scambiate. Standard ambientali e di sicurezza, ad esempio. Domanda per i più vispi tra voi: l’identità di standard, a vostro giudizio, si attuerebbe con il Regno Unito costretto ad adeguarsi alle norme Ue, peraltro senza poter partecipare alla loro definizione, o viceversa? Ah, saperlo.

Quindi, abbiamo un Regno Unito corbyniano che punta all’unione doganale più vasta possibile, ma che non vuole assoggettarsi a decisioni prese altrove, e da altri. Interessante. Pendiamo il caso dell’unione doganale tra Ue e Turchia, che comunque tra le merci scambiate non include i prodotti agricoli. In essa, Ankara deve accettare le condizioni di import che paesi terzi applicano alla Ue, con cui hanno stipulato trattati, ma non ha alcun diritto a reciprocità, verso quegli stessi paesi. Notevole, no? Ecco perché Corbyn mette le mani avanti, chiedendo di avere voce nei trattati stipulati dalla Ue. Ah, ma che problema c’è? Basta restare nella Ue. No?

Diversamente, il Regno Unito può fare come la Norvegia: avere un seggio nei consessi europei a cui tiene maggiormente, ma solo come uditore-pagatore, e senza diritto di voto. Il paradiso dei sovranisti nazionalisti, in pratica.

Corbyn vuole l’unione doganale ma anche un Regno Unito in grado di stipulare trattati commerciali nel proprio interesse nazionale, ad esempio sui servizi, che non sono parte dell’unione doganale. Ma il mondo delle merci e quello dei servizi non sono due monadi: una Ue che negozi trattati commerciali comprensivi, cioè non limitati alle merci, potrebbe aver comunque da ridire su trattati separati del Regno Unito che rischiassero di danneggiare la tariffa esterna comune.

Ma c’è una richiesta di Corbyn che è davvero degna di una letterina a Babbo Natale. Con le parole del leader del Labour:

«Il Labour dovrebbe negoziare una nuova e forte relazione con il mercato unico che includa accesso pieno senza tariffe doganali ed un “pavimento” su diritti, standard e protezioni esistenti. La nuova relazione dovrebbe assicurare il raggiungimento del nostro ambizioso programma economico […] e costruire un’economia del Ventunesimo secolo che funzioni per i molti, non per i pochi»

Tutto molto bello. Se però traduciamo questo principio, troviamo che Corbyn vuole mani libere per implementare la “nuova” politica economica del Labour, ma anche unione doganale ed accesso al mercato unico europeo. Come ha osservato il Financial Times, questo potrebbe voler dire esportare prodotti sussidiati mediante aiuti di stato britannici che in Ue non passerebbero l’esame della DG Comp, se richiesti da uno stato membro.

Come si nota, siamo di fronte a contraddizioni comunque non risolvibili, Corbyn o May che sia. O il Regno Unito esce da mercato unico e unione doganale, ricade nel regime delle tariffe della WTO ed inizia, di buona lena, a negoziare trattati con i paesi che preferisce (Hard Brexit); oppure il Regno Unito si assoggetta ad un modello-Norvegia, dove accede a quasi tutto quello che desidera, contribuisce al bilancio comunitario, ed obbedisce pressoché in silenzio alle decisioni prese a Bruxelles, divenendo uno “stato vassallo”. Una terza via non esiste: prima i britannici capiranno che il cherry picking non è possibile, prima riusciranno a capire che fare da grandi.