Perché il reddito di cittadinanza è di fatto un sussidio incondizionato

Torniamo sul tema del reddito di cittadinanza perché, come noto, in questo paese si trascorre il tempo accapigliandosi sul nulla, e quindi anch’io vorrei dare il mio modesto contributo. Ieri ho fatto un tweet volutamente provocatorio, che come da attese ha suscitato una piccola ondata di sdegno progressista e umanitario. Eppure quel tweet si limitava a descrivere l’esito dell’applicazione del reddito di cittadinanza così come disegnato dai pentastellati.

Il mio punto è che il reddito di cittadinanza è uno strumento che porta a ridurre l’offerta di lavoro e far cadere nella cosiddetta “trappola della povertà”. Perché? Vediamo. Poche settimane addietro Luigi Di Maio ha affermato che il reddito di cittadinanza avrebbe avuto come architrave i Centri per l’impiego, di fatto suggerendo che parte della disoccupazione derivi da mancato incrocio tra domanda e offerta su ampia scala geografica. Per questo, Di Maio ipotizzava un collocamento esteso su base nazionale:

«Ovvero, fino ad oggi domanda ed offerta si incontrano esclusivamente su base provinciale, o al massimo regionale. Non ci sono, se si escludono i Neet, banche dati uniche. Per fare un esempio i centri per l’impiego di Trento non dialogano con quelli di Napoli. Li metteremo tutti in rete. Chi otterrà il sostegno dovrà poi partecipare obbligatoriamente a corsi di formazione e per otto ore settimanali dovrà impegnarsi in lavori socialmente utili nei Comuni di residenza. Una volta trovato, anche su scala nazionale, un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio»

Già pochi giorni dopo, questa affermazione era stata demolita, per rassicurare gli insegnanti “deportabili”, e non solo loro:

«Per ciò che riguarda la nostra proposta sul reddito di cittadinanza, ribadiamo che la persona che beneficia del reddito si deve rendere disponibile a lavorare presso un Centro per l’Impiego del suo territorio e, se vuole, anche su base nazionale. Spostarsi per cercare lavoro deve essere una libera scelta e non un obbligo»

Poi arrivò il ministro del Lavoro in pectore dei 5S, Pasquale Tridico, a confessare che il potenziamento del collocamento è pura finzione: non sarà quello a far trovare lavoro bensì il maggior deficit fatto a seguito dell’iscrizione alle liste di disoccupazione degli inattivi scoraggiati. Sarebbero 19 miliardi di euro di deficit in più. Immaginando un moltiplicatore da ubriachi pari a 2, si produrrebbe una crescita di Pil di poco più del 2%, ed ipotizzando altresì che per l’Italia valgano valori della Legge di Okun simili a quelli storicamente visti negli Usa (circa 2,5), avremmo una riduzione del tasso di disoccupazione di meno dell’1%. Wow.

Quindi, primo punto a beneficio degli sdegnati dal mio tweet: il reddito di cittadinanza non serve a riattivare direttamente l’occupazione. Leggiamo ora quanto previsto dal disegno di legge grillino che istituisce il reddito di cittadinanza, presentato in Senato a fine ottobre 2013. Che dice questo ddl, all’articolo 12, cioè sulle cause di decadenza dal beneficio in relazione all’inserimento lavorativo? Che il beneficiario decade se

b) sostiene più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esito
negativo, accertata dal responsabile del centro per l’impiego attraverso le comunicazioni ricevute dai selezionatori o dai datori di lavoro;

c) rifiuta, nell’arco di tempo riferito al periodo di disoccupazione, più di tre proposte di impiego ritenute congrue ai sensi del comma 2 del presente articolo, ottenute grazie ai colloqui avvenuti tramite il centro per l’impiego o le strutture preposte di cui agli articoli 5 e 10;

d) recede senza giusta causa dal contratto di lavoro, per due volte nel corso dell’anno solare;

Quindi, potete rifiutare senza motivazione più di tre proposte “congrue”, e potete anche licenziarvi senza motivazione almeno una volta l’anno. Il che non è male, no? Immaginiamo vi siano aree, soprattutto nel Mezzogiorno, dove le proposte “congrue” fioccano, ben oltre il numero di tre. Ah, a proposito: ma quando una proposta è “congrua”? Secondo il ddl grillino, quando

a) è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario in ambito formale, non formale e informale, certificate, nel corso del colloquio di orientamento, nel percorso di bilancio delle competenze e dagli enti preposti di cui all’articolo 10;
b) la retribuzione oraria è maggiore o uguale all’80 per cento di quella riferita alle mansioni di provenienza se la retribuzione mensile di provenienza non supera l’importo di 3.000 euro lordi. La retribuzione oraria non è inferiore a quanto previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento e in stretta osservanza di quanto previsto all’articolo 19 della presente legge;
c) fatte salve espresse volontà del richiedente, il luogo di lavoro non dista oltre 50 chilometri dalla residenza del soggetto interessato ed è raggiungibile con i mezzi pubblici in un arco di tempo non superiore a ottanta minuti.

Anche qui, non male. C’è un robusto ancoraggio territoriale locale, a meno che il richiedente non chieda espressamente di voler valutare l’intero territorio nazionale. Dato l’importo erogato, ciò determina incentivi a restare in prossimità di casa propria. Se “casa propria” è area economicamente depressa e non c’è modo di avere le tre offerte “congrue”, l’assegno del reddito di cittadinanza finisce ad essere erogazione incondizionata, o meglio condizionata alla fantasia.

Questo, in sintesi, è quello che intendevo con quel tweet. Ma non solo. In molti dicono che il reddito di cittadinanza è pressoché identico al reddito di inclusione (REI), attuato dal governo Gentiloni e che riguarda 2,5 milioni di persone. La mia risposta è “sì e no”, o meglio, “no”. Perché, se è vero che le condizionalità di “riattivazione” sono simili al reddito di cittadinanza grillino, il REI prevede importi sensibilmente inferiori, e di fatto punta al contrasto alla povertà assoluta, mentre quello pentastellato è costruito sul concetto di povertà relativa. Leggiamo ancora dal ddl grillino del 2013:

«soglia di rischio di povertà»: il valore convenzionale, calcolato dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nel rispetto delle disposizioni del quadro comune per la produzione sistematica di statistiche europee sul reddito e sulle condizioni di vita(EU-SILC), di cui al regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 giugno 2003, definito secondo l’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, al di sotto del quale un nucleo familiare, composto anche da un solo individuo, è definito povero in termini relativi, ossia in rapporto al livello economico medio di vita locale o nazionale;

Ora, se siete sufficientemente svegli, avrete capito che esiste una certa differenza tra povertà assoluta e povertà relativa. E avrete anche compreso che, in un paese come l’Italia, ad elevata incidenza di economia sommersa, la soglia di povertà relativa si avvicina pericolosamente ai minimi retributivi “ufficiali”. E quindi? Perché “pericolosamente”? Perché quando si può contare su un reddito sussidiato così elevato, il rischio di alimentare il sommerso per continuare a percepire il sussidio, diventa certezza. Così come cresce la probabilità che le imprese puntino a far saltare i minimi contrattuali, contando sull’integrazione retributiva di cittadinanza. Tutte cose che il REI non causa.

Questa è la spiegazione di quel tweet. Ove mai venisse attuata una misura del genere, avremmo aumento del sommerso, pressione a ridurre le retribuzioni contrattuali e potenti disincentivi ad aumentare l’offerta di lavoro, o meglio incentivi a ridurla, soprattutto considerando che quell’importo, e le sue scale di equivalenza familiare, ha un potere d’acquisto ben differente nelle varie zone d’Italia. A voi indovinare in quali zone il disincentivo all’offerta di lavoro sarebbe maggiore. Chi indovina vince un bell’attestato di Razzista, assegnato dalla Commissione per i Buoni Sentimenti.

Ora, possiamo anche dire che serve un sussidio di sostegno ai consumi, e non ci sarebbe nulla di male. Ma, per favore, evitiamo di prenderci per il culo dicendo che il reddito di cittadinanza ha delle condizionalità vere e stringenti, da flexsecurity treccartara. Un po’ più di analisi economica ed un po’ meno di moralismo progressista aiuterebbero questo paese ad uscire dalla bolla psichedelica in cui si è ficcato.

Lettura complementare consigliata – Su REI e reddito di cittadinanza, Chiara Saraceno su lavoce.info.

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