E Tria imboccò il sentiero stretto. Che porta all’uscita dal governo?

Oggi sul Corriere trovate un’interessante intervista di Federico Fubini al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nel cui corpo pare essersi insinuato Piercarlo Padoan. O forse è solo buonsenso. Come che sia, il ministro pare essersi messo all’opposizione della maggioranza, a giudicare dalle sue parole.

Tria ricorda che i fondamentali della nostra economia sono apparentemente a posto: non solo l’autolesionistico avanzo primario che dura da 25 anni e che dimostra plasticamente che in questo paese non si sa fare politica economica né attuare un policy mix decente, ma solo “tassa e spendi” (altrimenti avremmo crescita vera e l’avanzo non servirebbe), ma soprattutto che abbiamo un robusto surplus di commercio estero e che la nostra posizione finanziaria netta con l’estero è quasi in equilibrio e tra pochi anni sarà in avanzo.

In breve, ci siamo “germanizzati” (essendo nelle loro catene di fornitura, ad esempio, ma non solo per quello), e quindi non rischiamo (forse) una crisi da mercato emergente col cappio del cambio non manovrabile. Bene. Tria prosegue dicendo che l’uscita dalla moneta unica non è in discussione. Certo, come no. Infatti gli investitori sono d’accordo, come dimostra l’esplosione dello spread delle due ultime settimane. Esplosione, avete letto bene. Non date retta ai coglioni (quella è l’unica definizione possibile) che vi dicono “ma mica siamo a 500 o 600 come nel 2011”.

Gli investitori ed i risparmiatori si basano sulla credibilità delle azioni di un esecutivo. Se non ci sono ancora state azioni, si ripiega sulle dichiarazioni. Se quest’ultime esprimono possibilismo su un “Piano B” che significhi di fatto rimettere in discussione l’appartenenza alla moneta unica, ad esempio suggerendo di fare esplodere il deficit ed introducendo una circolazione monetaria domestica parallela, gli investitori ed i risparmiatori votano. E votano ora.

Tria qui è piuttosto netto:

«Bisogna richiamare l’attenzione sulla logica complessiva. L’obiettivo è la crescita e l’occupazione. Ma non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending. Abbiamo un programma imperniato su riforme strutturali e vogliamo che agisca anche dal lato dell’offerta, creando condizioni più favorevoli all’investimento e all’occupazione. Nella nota di aggiornamento al Def vi invito a non guardare solo i conti, ma anche al piano nazionale di riforme»

Questa è una posizione che va a confliggere con quella di chi crede che basti fare deficit, e tutto si rilancia. Dopo aver parlato di riforme strutturali “anche dal lato dell’offerta”, Tria si ricorda di essere un keynesiano vecchio stampo e rilancia quindi gli investimenti pubblici come volano della crescita. Dopo un giro completo di ruota, più investimenti pubblici (cioè più domanda) finirebbero ad essere uno stimolo supply side, cioè lato offerta, il che è affascinante e forse anche vero in astratto ma finora in Italia non è stato così, come sappiamo.

Tria suggerisce poi il suo piano d’azione, quando viene richiesto di una valutazione sull’antica idea di scomputare gli investimenti dal deficit:

«Il problema è che anche se si togliessero dal calcolo del deficit con un accordo europeo, ci verrebbe consentito di spendere di più ma avremmo lo stesso un impatto sul debito. Certo, un conto è un percorso di riduzione del debito con un bilancio squilibrato dal lato della spesa corrente, un altro è un debito che scende più lentamente perché aumenta la spesa per investimenti. Per la fiducia meglio il secondo»

Non so voi, ma io traduco così il pensiero di Tria: “spending review sulla spesa corrente per liberare risorse per fare investimenti pubblici, anche se non in rapporto di uno ad uno. Lasciateci fare solo un po’ più deficit rispetto al programma, e noi ricomporremo la spesa pubblica verso maggiori investimenti, e ripagheremo crescendo”. Come vedete, questo è il “sentiero stretto” di Padoan, reloaded. O forse è solo realtà, chi può dirlo. Ma di che revisione di spesa corrente staremmo parlando, se ci accingiamo a mandare in orbita la spesa pensionistica, che è spesa corrente?

Altro punto interessante dell’intervista di Tria è quello in cui commenta la frase, invero per noi minacciosa, del ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, per il quale “al debito italiano devono pensare gli italiani” Che tradotta in senso operativo, sarebbe un bel “caxxi vostri” in caso di non sostenibilità del nostro debito pubblico.

Tria concorda con Scholz ma precisa anche altro, riguardo alle riforme di governance europea che (forse) vedranno la luce:

«Dico solo questo: quanto alla vigilanza sulle economie, la Commissione Ue ha fatto un ottimo lavoro, non vedo perché sovrapporre l’azione di un Fondo monetario europeo. Più in generale, non accetteremo misure che, anche se in modo non intenzionale, possono causare instabilità finanziaria. In Italia parliamo dell’eterogenesi dei fini: stiamo attenti a evitare le profezie che si auto-avverano. L’Italia è impegnata a ridurre il debito ma perché questo processo prosegua non possiamo accettare proposte che potrebbero causare instabilità e allontanare l’obiettivo»

Che tradotto vuol dire: no, nella maniera più assoluta, ad un FME (Fondo Monetario Europeo) che preveda, in caso di crisi di un paese e di erogazione di prestiti di emergenza, di ristrutturare il debito pubblico, abbattendolo mediante riprofilazione delle scadenze. Perché, secondo Tria, anche solo istituire una cosa del genere aumenta drammaticamente il rischio di attacchi speculativi al nostro debito pubblico, al primo rallentamento congiunturale. Ecco, questo è il punto centrale del posizionamento di Tria: alla sostenibilità del nostro debito penseremo noi, no ad automatismi da salvataggio comunitario. Molto importante, da tenere a mente.

Sui mini-Bot, che sono il maggiore elemento di diffidenza dei mercati verso questo governo e questa maggioranza, Tria è netto:

«L’idea segnala un problema vero: i debiti dello Stato verso le imprese. Credo che il modo migliore di affrontarlo sia eliminarlo alla radice, far sì che i pagamenti siano fatti nei tempi previsti e in denaro. Con soluzioni tampone non si risolve nulla»

Questa sarebbe anche la mia idea, da semplice cittadino-risparmiatore che vota col mouse e la tastiera. Ma i mini-Bot sono nel Contratto di governo, Tria questo lo sa. E quindi? Boh, vedremo, ma l’incertezza resta, e l’incertezza costa.

Sulla Cassa Depositi e Prestiti, Tria è altrettanto netto:

«Cdp deve promuovere lo sviluppo, ma nel rispetto di una gestione sana e attenta al conto economico. Per quanto mi riguarda non è in discussione la sua permanenza fuori del perimetro dello Stato»

Il che vuol dire, verosimilmente, no ad aumentare il leverage della Cassa, portandola ad indebitarsi per salvare Alitalia, Ilva, nazionalizzare appieno MPS e la pizzeria “da Ciccio” a Pomigliano.

Che dire? Che Tria sembra Padoan, ma rischia di porsi in rotta di collisione con gli sfasciaconti della sua maggioranza e del suo governo. L’incertezza è destinata a persistere, lo spread a crescere, e non senza danni. Tria ha scelto il “sentiero stretto” della realtà, ma questo sentiero rischia di portarlo fuori dal governo piuttosto rapidamente, se le posizioni oltranziste permarranno. In alternativa, i descamisados del deficit e del debito, e del braccio di ferro con Bruxelles, rischiano di sputtanarsi ed apparire solo dei parolai.

Settembre, il mese della Nota di aggiornamento al Def, è decisamente troppo lontano. Attenzione ai crack in corso d’opera. Ma per ora grazie, professor ministro Tria, per il suo buonsenso.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!