Savona e l’ora degli investimenti irrevocabili

Un paio di giorni addietro, in una lettera di replica a due quotidiani, il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, ha illustrato la sua idea per raggiungere quello che ormai è diventato il suo personale obiettivo di principio, i famosi 50 miliardi di investimenti, da realizzare nel 2019.

Dopo aver in apparenza abbandonato la geniale idea di farli tutti a deficit, per “compensare” l’avanzo delle partite correnti (perché secondo lui tale surplus indicherebbe che un paese sta vivendo al di sotto dei propri mezzi), e dopo aver -forse- preso atto che l’avanzo commerciale è prodotto da aziende e non si può sequestrare, Savona unisce i puntini e precisa la rotta: non devono necessariamente essere tutti investimenti pubblici, possono essere anche quelli “privati”:

«Non esistono inoltre solo gli investimenti pubblici; anzi la mia valutazione è che se puntassimo solo su questi il processo si avvierebbe con troppa lentezza rispetto ai tempi che ci assegnano i mercati e Bruxelles. Esistono anche investimenti privati prontamente mobilitabili ed è su questi che si deve puntare. Essi hanno un impatto nullo sui parametri fiscali perché si realizzerebbero con risorse finanziarie procurate dalle stesse imprese» (Paolo Savona, 18 agosto 2018)

E qui, cortocircuito: qualcuno, tra i meno socialisti dei miei lettori, si chiederà: “ma che succede, ora il governo dice alle imprese private quando, quanto e come devono investire?”. Così pare, leggendo Savona. O meglio, parliamo di “imprese private”, ma molto sui generis:

«L’Eni ha pronto un piano di 22 miliardi che i massimi vertici assicurano essere pronto a partire, ossia è cantierabile. Leggo sulla stampa che anche Terna avrebbe un piano da 12 miliardi. Penso che anche l’Enel e Leonardo, per citare alcune imprese, li abbiano»

Che hanno in comune, le aziende citate? Sono a controllo pubblico, di Cassa Depositi e Prestiti. Quindi si tratterebbe di “anticipare” i loro piani di investimento, che sarà mai? La domanda sorge spontanea: ma i piani di investimento di aziende private non sono funzione delle condizioni della domanda, oltre che del tasso reale d’interesse? E se fossimo in condizioni di domanda in indebolimento e costo del denaro in aumento, non ci attenderemmo una flessione anziché un aumento, di tali investimenti?

Quanto siete pignoli: questi sono dettagli minori, nella “Grande Mobilitazione” teorizzata da Savona. Il quale elabora anche sulle previsioni e sulla metodologia per produrle:

«Si tratta di verificare quanti di questi siano già inclusi nelle previsioni per la crescita reale tendenziale del 2019 prevista nell’1% e quanti possono già partire dal 2018 per avere effetti rapidi concreti. Se questi investimenti ammontassero a 34 miliardi (circa 2% del Pil), ne scaturirebbe la necessità di attuare investimenti pubblici solo per 16 miliardi (circa l’1% del Pil), una dimensione plausibile per le difficoltà che essi incontrano nella realizzazione»

Vorrei umilmente far notare al professor Savona che i modelli econometrici, che stimano tra le altre cose gli investimenti, non si basano su una sorta di “inventario” dei piani di spesa in conto capitale delle imprese, che evidentemente Savona continua invece a considerare variabile indipendente da domanda e costo reale del credito. Ma a parte queste mie pedanterie (“ehi, ma Savona è prestigioso accademico, oltre che riserva della Repubblica invecchiata in barrique, che minkia ne saprai mai, tu?”), vediamo più da vicino “l’inventario” del ministro economista.

Eni ha dunque “22 miliardi cantierabili”? Io ho un pessimo vizio: tendo a riscontrare le affermazioni. Scopro quindi che, lo scorso 18 aprile, alla presentazione agli analisti del piano strategico 2018-2021, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, affermava:

«Lavoriamo in decine di Paesi nel mondo e in ogni Paese integriamo le nostre competenze e la nostra passione con quelle delle popolazioni che ci ospitano, con risultati straordinari. Ma le nostre radici sono in Italia ed è proprio qui che vediamo il potenziale per investire di più. L’Italia è il nostro primo Paese a livello di investimenti: 7 miliardi di euro nei prossimi 4 anni, di cui 1 miliardo di euro destinato alle attività green, incluse le spese per la ricerca e sviluppo al servizio del processo di decarbonizzazione»

Uhm, quindi sette miliardi in un quadriennio, in Italia, anziché 22? Hai visto mai che Savona ha letto il totale degli investimenti mondiali del nostro campione nazionale, nel quadriennio? In realtà no, quei 22 miliardi sono la spesa che Eni sosterrà nel nostro paese nel quadriennio 2018-2021. Di essi, 7 (sette) sono investimenti in senso stretto e proprio. Occorre spiegare al professor Savona che la spesa non coincide con gli investimenti, visto che in essa ci sono anche costi operativi come quello del personale e quelli correnti di esercizio, manutenzione, bonifiche.

Passiamo allora a Terna, che secondo Savona avrebbe “un piano da 12 miliardi di investimenti”. Allora, guardo il piano strategico 2018-2022 di Terna, e leggo:

«Previsti 5,3 miliardi di euro di investimenti in Italia, in aumento di oltre il 30% rispetto al Piano precedente. Di questi, circa 2,8 miliardi di euro sono relativi allo sviluppo della rete nazionale e delle interconnessioni con l’estero; circa 700 milioni di euro relativi al Piano di Difesa; circa 1,9 miliardi di euro dedicati ad attività di rinnovo, miglioramento della qualità del servizio ed efficienza»

Anche qui, i conti di Savona non tornano. Dove mai avrà visto, il ministro, quei 12 miliardi? Forse qui, nel Piano della Rete di Trasmissione Nazionale, presentato annualmente al Ministero dello Sviluppo Economico per l’approvazione, e che indica gli interventi previsti per i successivi dieci anni e lo stato di avanzamento delle opere pianificate negli anni precedenti, che entrano pro rata nei piani quinquennali, con revisioni. E infatti, il Piano di Sviluppo 2018 (PdS) prevede investimenti per circa 12 miliardi di euro. Ehi, professor Savona, ma in dieci anni, non in uno!

Che dobbiamo fare, quindi, per “fare massa” di “investimenti” nel 2019? Idea: chiediamo a Descalzi di pagare nel 2019 tutti gli stipendi del personale Eni dei prossimi 4 anni, oltre che di spesare il prossimo anno tutti i costi operativi del quadriennio (ad esempio, anticipando al 2019 tutte le bonifiche e le operazioni di manutenzione dei prossimi quattro anni), e a Terna di investire nel 2019 tutti i 5,3 miliardi del quinquennio e i 12 del decennio. Perché, sapete, in questo modo l’anno prossimo servirebbero solo 16 miliardi di soldi pubblici, eh!

Quello che colpisce, in questo argomentare di Savona, è l’uso “keynesiano”, nel senso di anticiclico, degli investimenti privati, che invece sarebbero un filo assoggettati alla congiuntura. È giunta quindi l’ora degli investimenti irrevocabili, oltre che dei conti che non tornano. E ti credo: i conti (ma anche i marchesi e i duchi) non possono tornare perché non siamo una monarchia e Savona ha una storica militanza Repubblicana. A parte ciò, ed a parte il non saper distinguere tra investimenti e costi operativi, e pensare di concentrare in un anno piani di investimento quadriennali e quinquennali, la proposta del ministro è indubbiamente rivoluzionaria.

Ma il timore è che qualcuno possa dirottare sulla strada dell’inferno le ottime intenzioni del professor Savona e chiedere alle imprese a controllo pubblico di indebitarsi e pagare un dividendo straordinario alla controllante Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta dovrebbe indebitarsi e procedere a “investire” (ad esempio in pensioni anticipate e reddito di cittadinanza) come se non ci fosse un domani, che effettivamente c’è sempre meno. Le conseguenze sul rating di queste aziende sono anch’esse dettagli minori, ovviamente. E comunque è un complotto della Grande Finanza™, noi non siamo ricattabili e così spero di voi.

Appuntamento alla prossima lettera del professor Savona. Cascasse il mondo, quei 50 sovrani miliardi per il 2019 devono saltar fuori. Altrimenti ci arrabbiamo. E li stampiamo. Basta con queste continue interferenze della realtà nella vita democratica del Paese. Se la realtà vuole governare, si faccia un partito e vediamo quanti voti prende.

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