Le banche italiane scalciano la lattina e il bond

Ieri Unicredit ha emesso un bond per 3 miliardi di dollari, a mezzo collocamento privato (si dice che l’acquirente possa essere l’asset manager Pimco), ad un costo che conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che le nostre banche stanno pagando carissimo il governo degli scappati di casa gialloverdi. E che quindi sarà l’economia italiana, fortemente bancocentrica, a pagare il conto finale.

Il bond è un senior non preferred, di quelli cioè che possono essere sacrificati in caso di bail-in. Fa parte quindi delle emissioni necessarie al raggiungimento delle soglie imposte dai requisiti MREL (Minimum Requirements of own funds and liabilities) e, per quanto riguarda Unicredit, che è banca globalmente sistemica, di quelli TLAC (Total Loss Absorbing Capacity).

Dal comunicato della banca si evince che il bond, in dollari, è stato emesso ad uno spread equivalente di 420 punti base sul tasso swap euro (convertendo la pari durata tra dollari ed euro). Il punto è che la precedente emissione senior non preferred di Unicredit, avvenuta lo scorso 18 gennaio, era stata collocata ad uno spread di 70 centesimi sopra il tasso swap in euro.

Fate due conti: quanto fa 420 meno 70? Ecco, quella è la crescita dello spread per Unicredit, in questi mesi. Ancora più impressionante guardare alla cedola del bond in dollari piazzato ieri: il 7,83%, equivalente ad uno spread di 493,6 punti base rispetto al corrispondente titolo di stato statunitense, quello con scadenza 31 ottobre 2023.

E Unicredit è una banca italiana che sta bene, badate. Però, tra necessità di ricostituire quozienti di stabilità entro il primo semestre 2019 e programma di emissioni di bond senior non preferred per finalità MREL o TLAC, sono cavoli amarissimi, se lo spread non cala. Nel frattempo, come scrive oggi Luca Gualtieri su MF, pare che MPS abbia deciso di posporre l’emissione dei restanti 750 milioni di bond (su 1,5 miliardi) da effettuare nel 2018, come da accordi presi con la Commissione europea.

Le banche italiane, in questo momento, stanno emettendo soprattutto covered bond, cioè obbligazioni garantite da sottostante attivo patrimoniale della banca (prestiti), che viene segregato. I covered bond possono rendere anche meno dei titoli di stato, ed il loro rendimento in questi mesi è cresciuto meno. Scrive Gualtieri:

«[…] dalla presentazione della prima bozza di governo le banche non hanno più fatto ricorso agli investitori internazionali per la raccolta per non pagare un costo troppo alto. Il congelamento ha riguardato i titoli più rischiosi (subordinati, additional tier I, tier 2, senior non-preferred), ma anche per quelli senior: negli ultimi mesi ci sono state soltanto emissioni di covered bond (Intesa, Mediobanca, Bper e Banco Bpm) e alcune medium term note di Banca Imi. Nessun subordinato, nessun senior non-preferred (a parte quello emesso ieri da Unicredit a gennaio e quello di Ubi a inizio aprile) e pochissimi bond senior (dopo quelli di Banco Bpm e Banca Ifis a metà aprile, è arrivata Intesa ad agosto un’emissione da un miliardo)»

In pratica, per farla semplice: le banche italiane stanno disperatamente prendendo tempo. Il motto è “io speriamo che nel 2019 me la cavo”. E noi nel frattempo siamo qui a discutere con bullshitters ed erinni assortite se è vero o meno che “i mutui” costeranno di più. Lo vedete che siamo un popolo di tetragoni fessi, che merita di fare la finaccia che sta facendo?

Per concludere, vi omaggio di alcune considerazioni tecniche (ebbene sì, “mi ritengo un tecnico”, come direbbe qualche sottosegretaria al MEF) proprio sui famosi “mutui”, di cui ormai circa sessanta milioni di italiani sono diventati assai esperti. Non c’è solo il tasso esplicito, ragazzi. La banca può comunque stringere le condizioni attraverso ad esempio un minore loan to value (cioè finanziando una quota minore del valore dell’immobile) e/o riducendo la durata massima del mutuo. Senza contare l’eventuale richiesta di garanzie personali di soggetti terzi dal mutuatario. In tal modo si escludono i potenziali debitori meno solidi, e di conseguenza il tasso esplicito può restare stabile o crescere poco. Incredibile, vero? Ah, lo stesso concetto si applica ai finanziamenti alle imprese, mutatis mutandis.

Sperando che le nostre erinni bercianti abbiano compreso i concetti. Come dite? Sono diventato troppo ottimista?

P.S. Si, decisamente troppo ottimista, visto che è già arrivato qualche commentatore a segnalare un rosario di circostanze avverse esterne che toglierebbero responsabilità al governo gialloverde. Interessante, comunque: sono le stesse circostanze avverse che colpiscono tutti i paesi europei, eppure solo da noi hanno prodotto questa devastazione. Uhm, ebbene sì: siamo un paese di bullshitters. Molti dei quali sono finiti in parlamento. Del resto, è il principio di rappresentanza popolare, no?

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