Il complottone franco

Pensavo di risparmiarmi e risparmiarvi un commento sull’ultimo spin d’accatto dei pentastellati, che si portano dietro sia la Lega che un ridicolo partitello nativista e identitario che tanto s’offre. Ma se non commentassi sul tema, l’asserito “colonialismo monetario” francese su 14 paesi centrafricani, potrebbe sembrare che non ho argomenti e che i nostri spinner fulminati ci hanno preso. Sicuramente vi hanno preso. Per i fondelli.

Un efficace post di Mariasole Lisciandro, su lavoce.info. è tutto quello che serve per il fact checking. Si è già detto che non esiste rilevante correlazione tra l’adozione del franco CFA ed i flussi migratori. Quello che mi interessa sono i risvolti monetari ed economici. Ad esempio, perché è nata quella moneta? Scrive l’autrice:

Tale sistema è stato ideato nel 1948 per evitare a questi paesi un impoverimento generalizzato a causa del deprezzamento in cui incorse il franco francese, moneta allora usata nelle colonie, dopo la seconda guerra mondiale. Si è poi lasciato invariato il meccanismo per assicurare una stabilità monetaria a questi paesi che sono tutt’ora in via di sviluppo. L’agganciamento a una moneta forte infatti riduce quasi completamente il rischio di fluttuazioni del cambio, che potrebbero avere effetti negativi sull’economia reale e sui consumatori, tramite la variazione del valore di esportazioni e importazioni, ma anche sugli istituti finanziari che, soprattutto nei paesi meno sviluppati, sono perlopiù indebitati in valuta estera.

Il punto è quello: i paesi emergenti, che faticano ad emergere, sono “condannati” ad indebitarsi in valuta forte. Da lì non si sfugge. Aver creato un peg del franco CFA all’euro è servito inizialmente per ridurre l’incertezza di investimenti e commercio internazionale, e porre fine al caos monetario di quei paesi, ai tempi che furono.

Il rovescio della medaglia è che, come ogni sistema di peg più o meno rigido, se non c’è convergenza o allineamento dell’economia forte a cui si è agganciata la moneta (cioè all’Eurozona), il cambio fisso diventa un cappio, che causa crescenti deficit commerciali, cioè una moneta sopravvalutata che frena l’export e favorisce l’import, oltre a fughe di capitali che anticipano l’inevitabile riallineamento, cioè svalutazione del peg non sostenibile.

Il Tesoro francese gestisce le riserve valutarie dei paesi dell’area CFA, garantendo la parità contro euro, almeno sin quando è possibile. Quando non è più possibile, i paesi interessati svalutano (“a gradoni”, quindi) e il gioco riparte. La gestione delle riserve dei due franchi CFA avviene in questi termini:

Si tratta di un onere per le riserve della banca centrale francese, che, in cambio, ha richiesto che le due banche centrali africane depositino una quota delle loro riserve in valuta estera presso il tesoro, in un conto di trading aperto a loro nome. Questa quota è stata ridotta dal 65 per cento al ​​50 per cento dal 2009. Ogni politica di tasso di cambio fisso, infatti, richiede una riserva di valuta estera (in questo caso, l’euro) a garanzia. E le riserve in valuta estera si possono tenere soltanto in banche commerciali dell’area valutaria di riferimento oppure nella sua banca centrale. I paesi del franco Cfa tengono quindi una percentuale di riserve presso il tesoro francese, che in cambio garantisce la convertibilità del franco Cfa in euro e offre una linea di credito nel caso di azzeramento delle riserve.

Quindi, come indicato nel post, non è che ci sia una predazione di riserve africane da parte dei francesi (peraltro, solo 10 miliardi di euro), ma ci sono esigenze tecniche di gestione delle medesime. Il cambio fisso è un male? Probabilmente è così, come spesso accade con i regimi di cambio fisso. Ma quale sarebbe l’alternativa? Molto semplice: che i paesi interessati escano dall’accordo di cambio e si creino la loro valuta locale, gestendola autonomamente.

Dovranno indebitarsi in euro o dollari o altra valuta forte, come accade ai paesi emergenti. Un problema? Non è detto. Se le élite al comando nei paesi africani saranno illuminate (e fortunate), potranno anche aver successo e fare crescere una moneta locale che in prospettiva potrà anche essere accettata negli scambi internazionali.

Se invece tali élite saranno sfortunate o rapaci, la moneta locale finirà ai margini, sostituita da un fiorente mercato nero basato su euro e dollari. Qualcuno ricorda che l’Ecuador, che tanto piace al terzomondista Grillo, ha una economia dollarizzata in conseguenza dell’iperinflazione che anni addietro incenerì la valuta locale, il sucre?

Il punto è uno solo: Il franco CFA è un peg all’euro, più o meno hard. Emanciparsi o tentare di emanciparsi è sempre possibile. Riuscire nell’impresa è soggetto ad alea e rischio elevato. Con una valuta locale ridotta a carta straccia, già sentiamo le grida di dolore dei nostri intellettuali: “ecco, state comprando quei paesi con un pugno di dollari, schiavisti!”

Non è che ci siano pasti gratis e autostrade senza pedaggio: occorre cimentarsi. I due franchi CFA sono simulacri dell’euro. Il rischio che l’economia dei paesi interessati finisca direttamente eurizzata, se e quando decideranno di emanciparsi monetariamente, è altissimo. Per ora, le evidenze empiriche non mostrano grandi differenze di performance tra i paesi dell’area CFA e gli altri africani dotati di valuta propria, che spesso sono costretti a difendere da attacchi speculativi, a suon di rialzi dei tassi. E mentre i nostri sovrani cabarettisti sbraitano contro la Francia, la Cina si sta comprando l’Africa. Ma ora arriva Dibba e la finiranno.

Tutto ciò chiarito, possiamo archiviare anche lo spin dei franchi CFA, che è solo l’ultima spia dello stato di estremo disagio in cui si trovano i nostri populisti, e che nei prossimi mesi aumenterà in modo esponenziale, con i nuovi dati economici. Certo, i nostri eroi potranno continuare a contare sulla stampa amica, oltre che sulla occupazione militare della Rai e su conduttori di talk che sempre più svolgono il ruolo di utili idioti. Magari anche su qualche proprio esponente, che ritiene di rilanciare dei falsi antisemiti per rafforzare il concetto dell’assedio esterno con quinta colonna interna. Ma la realtà sfonda tutte le porte, a calci. Solo questione di tempo.

E comunque, non per deludervi, ma fuori dall’Italia queste levate d’ingegno hanno rilevanza più o meno pari a quella di un peto. Che si limita ad ammorbare l’aria di casa nostra. Il problema è che in Italia viviamo un’epoca di flatulenze senza precedenti.

Addendum – Ma soprattutto, ad abundantiam, ricordiamo che, nel lungo periodo, contano le infrastrutture sociali, economiche e di mercato, non la moneta.

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