Certi fallimenti non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano

Visto che oggi in Italia si parla di poco d’altro rispetto alle elezioni regionali dell’Umbria, nell’ennesimo giorno del giudizio più o meno divino nel paese che sta inesorabilmente morendo guardandosi l’ombelico e fantasticando di “nuove vie” per raggiungere più in fretta il dissesto, vorrei aggiungere al frastuono anche il mio inutile commento.

La portata della vittoria del centrodestra non può né deve stupire. Intanto, perché l’Umbria a livello di municipi è già da tempo passata al centrodestra. La regione era solo l’ultima stazione della via crucis dell’antico potere. Quando due forze esauste, soprattutto il Pd (e soprattutto a livello locale) tentano disperatamente l’ultima carta, quella del mimetismo e della super lista civica e alla fine i loro leader nazionali vanno in pellegrinaggio sul luogo del loro imminente suicidio, è evidente che la strategia è destinata ad essere seppellita dal ridicolo, esattamente come la fine della giunta regionale umbra precedente.

Ma stacchiamoci per un attimo dal contingente. Nel nostro paese da molti lustri è in atto questo processo di “rivoluzione stracciona”, quello per cui le elezioni a [inserire nome a piacere in consultazione locale] sono l’inizio di un grande rivolgimento. Viviamo di rivincite da bar, reali e social, forse è tutto un geniale piano per tenere in piedi la professione del retroscenista politico e le maratone televisive, seguite dai teatrini di “approfondimento” che dovrebbero pagare la Tari, tale è la loro produzione caratteristica.

L’improbabile coalizione oggi al governo a Roma è stata l’interruzione di un processo di resa dei conti con la realtà per Matteo Salvini. Ora, forse, quel processo potrà riprendere ad arrivare al suo necessario epilogo. Non si interrompe un fallimento, è peccato mortale. Ma allo stesso modo non si può chiedere ad un battaglione di lemming di impegnarsi allo spasimo a cercare una scogliera da cui lanciarsi.

Questo è un paese ormai esausto sul piano civile, oltre che economico, e che vive di patetiche illusioni. Come quella che esista una cosa chiamata moltiplicatore, e che il deficit sia l’unica strada per la rinascita. Per uno schieramento, parte del deficit va coperta tassando a sangue e con gran voluttà moralistica tutto quello che respira; per l’altro orientamento culturale (sic) il deficit non va coperto e alla bisogna occorre mettere in circolazione dei foglietti di carta colorata sin quando la nazione (si fa per dire) non tornerà gioiosa a spendere.

Sono le due facce dello stesso fallimento. Ad alternarsi sul palcoscenico ci sono guitti convinti di aver la soluzione in tasca, se solo messi in condizione di “lavorare”, e moltissimi di loro non hanno in effetti mai lavorato. In questo senso, guardando i dati sui cosiddetti NEET italiani, possiamo sentirci rassicurati: il serbatoio di futuri leader è pieno all’orlo. Anzi, trabocca.

Non so in quanto tempo Salvini tornerà al potere, questa volta direttamente a Chigi. Sempre che il suo organismo non collassi prima, sotto il peso delle sua popolana sregolatezza alimentare. Ho già scritto che questo paese è ormai la plastica rappresentazione di un gigantesco laboratorio di cavie intrappolate. Ritengo utile che la storia segua il proprio corso e decorso, comunque. Oggi potrei, in caso, rallegrarmi per la prossima possibile implosione di un fenomeno politico che in realtà è stato solo lo specchio deformante di un paese malato, e che ha prodotto una “classe dirigente” di patetici falliti che per anni hanno dato prova di incoercibile ignoranza e che auspicabilmente verranno rispediti al paesello.

Del resto, questi fenomeni (sotto ogni senso) sono solo il prodotto della malattia sempre più grave dell’organismo. Dopo loro, l’organismo produrrà altri ceppi malati che saranno abbattuti dalla realtà, non prima di aver messo le mani su quello che resta del paese.

Fatte le debite proporzioni, è un po’ come in Argentina: una popolazione esausta, che produce fallimenti a raffica, e che non sapendo più a chi votarsi fa tornare quel passato di cui aveva cercato di liberarsi senza troppa convinzione. Si chiama alternanza democratica, lo so; ma in alcuni casi dovrebbe essere definito eterno ritorno del fallimento. Quegli stessi argentini che hanno cacciato il libberista pasticcione che li ha affamati per cercare di non infliggere loro troppo dolore, per rimettere al potere la demagoga che li aveva affossati. Tra Peron e chaperon, il titolare formale sarà un altro.

La demagoga potrebbe anche nuocere meno, a questo giro: in fondo, per lei era fondamentale evitare i processi ed il carcere, e l’obiettivo è stato raggiunto nel miglior modo possibile. Un attimo dopo (o prima) di aver espresso questa meditata scelta, i cittadini argentini sono corsi a cambiare la loro moneta locale con dollari ed anche euro. La fiducia nelle proprie scelte è tutto, nella vita.

Sono due preclari casi di giganteschi laboratori con topi residenti intrappolati, alla fine. Per fortuna abbiamo anche in corso fallimenti di ben altro stile, come la Brexit.

Sulla foto di famiglia dei peronisti dei due mondi, lettura complementare raccomandata: il commento di Massimo Fontana.

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