Uffici pubblici: immaginare il dopo

Appunti per la riorganizzazione di pubblica amministrazione ed uffici pubblici dopo la pandemia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

è opportuno che la PA inizi a fare serie ipotesi riorganizzative in vista del rientro alla vita “normale”. Si è scritto il sostantivo normale tra virgolette non per caso. La normalità piena, è ormai consapevolezza per tutti, la si avrà solo quando sarà disponibile il vaccino che potrà immunizzare davvero e con certezza tutti e solo quando le dosi disponibili saranno sufficienti per una completa immunizzazione (lo Stato la renderà obbligatoria? Staremo a vedere).

È piuttosto chiaro, quindi, che il ritorno alla normalità avverrà per gradi. Né è immaginabile:

a) Tornare a consentire l’avvento incontrollato di utenti negli uffici pubblici; l’afflusso tramite prenotazione di appuntamenti non potrà che divenire la regola per tutti, insieme alla più ampia diffusione possibile di servizi on line;

b) Non tenere conto dell’esperienza fatta, che dimostra come sia possibile realizzare attività e “contatti” con gli utenti da remoto.

Nel breve e medio termine, pertanto, non è da immaginare un rientro del 100% dei dipendenti nelle sedi degli uffici delle amministrazioni.

Per altro, molte amministrazioni pubbliche hanno atavici problemi di capienza e agibilità (non nel senso edilizio – e talvolta pure quello – ma di “usabilità”) delle sedi, alcune vetuste, altre disagevoli, altre eccessivamente piccole e, conseguentemente tali da imporre contatti ravvicinati e convulsi tra persone, non in linea con regole di prudenza, in assenza di un riparo sicuro dal contagio.

Per altro verso il lavoro agile, se saggiamente svolto prevedendo fasce pomeridiane estese, può favorire i contatti con lavoratori (e soprattutto imprese) in più ampi orari giornalieri e, soprattutto, evitare un rientro nelle sedi a pieno organico.

Il positivo esperimento del lavoro agile dimostra che, senza perdere produttività, attività lavorative per altro tracciabili siano effettuabili da remoto, senza riempire le sedi.

Si può cominciare ad immaginare come opportuna la turnazione settimanale o comunque periodica del personale che si reca nelle sedi e che resta a casa, per evitare il sovraffollamento ed osservare la misura del distanziamento sociale, da continuare a garantire, magari in forme più sfumate, anche una volta azzerati i contagi. Per altro un piano come questo potrebbe consentire il recupero di ulteriore produttività: il mantenimento esteso del lavoro agile a regime favorirebbe certamente rientri da orari a tempo parziale e la riduzione della fruizione di permessi ed assenze, grazie alla flessibilità connessa allo smart working.

Una prosecuzione ponderata del lavoro agile anche passata la fase più acuta dell’emergenza, quindi, si manifesta come opportuna e per certi versi necessaria misura anche logistica. Utile per un altro passaggio organizzativo rilevante: abituarsi alla perdita della postazione di lavoro “propria”. Il lavoratore si siede in una postazione “libera e disponibile”. Con conseguenze su un diverso modo di archiviare il (per fortuna poco) cartaceo: sulla scrivania non debbono restare carte, anche per facilitare le operazioni di pulizia che, esperienza insegna, dovranno essere svolte in modo più efficace ed intenso.

La PA potrebbe ottenere cospicui risparmi: riduzione di metri quadri da affittare, riduzione di costi per le pulizie e le manutenzioni, riduzioni di costi per il riscaldamento, energia elettrica ed acqua.

Il lavoro agile non potrà essere più un “invito” alla sperimentazione per “toccare il 10%” dei dipendenti pubblici. Piani strategici e riorganizzativi ben più ambiziosi si rendono inevitabili.


Foto di Jill Wellington da Pixabay

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